Call for papers / Federico Oliveri

The United Nations continues to raise controversy, also in its capacity as a peacekeeping institution. A number of studies have reported serious abuses committed by peacekeeping personnel in the host countries, abuses that are contrary to the UN peacekeeping mission. This paper seeks to trace back the philosophical origins on which the ethical code of the UN peacekeepers is based. It is argued that the source of moral guidelines and duties for the UN peacekeepers is provided by human rights as captured by the Universal Declaration of Human Rights. The rationale of the human rights is in turn founded on the philosophy of Immanuel Kant. The latter has emerged as a part of Enlightenment tradition which has rejected Aristotelian view of the human condition, in particular Aristotelian virtue ethics and moral psychology. The consequences of this theoretical omission are considered in relation to the UN peacekeepers training and their misconduct during their service.

L’articolo si propone di analizzare la controversa questione di attribuzione di condotta per fatto internazionale illecito nell’ambito delle operazioni di peacekeeping delle Nazioni Unite. Il peculiare status delle forze di pace – che sono, al contempo, organi dello Stato mandatario e organi sussidiari delle Nazioni Unite – rendono l’attribuzione di condotta tra Stati e Organizzazione di difficile definizione. In mancanza di un’apposita disciplina convenzionale, l’essenziale riferimento normativo è il Progetto di articoli sulla responsabilità delle Organizzazioni internazionali della Commissione del Diritto Internazionale. L’articolo 7 DARIO (Draft Articles on the Responsability of International Organizations, 2011) stabilisce che la responsabilità per la condotta di un organo posto a disposizione di un’Organizzazione internazionale sia attribuita sulla base del test del “controllo effettivo”. Tale ipotesi, in assenza di specifiche indicazioni circa la sua interpretazione, ha incontrato notevoli difficoltà di applicazione nell’ambito delle operazioni di peacekeeping dirette dalla Nazioni Unite laddove si è dovuto determinare se la responsabilità per la condotta illecita perpetrata dalle forze di pace gravasse sullo Stato mandatario. Come si evince dall’analisi delle sentenze della Corte Europea dei Diritti Umani nei casi Behrami e Saramati e delle Corti olandesi nel caso HN v Paesi Bassi e nel recente caso Stiching Mothers of Srebrenica, la prassi giurisprudenziale relativa all’applicazione del test del controllo effettivo sulla condotta illecita perpetrata dalle forze di pace risulta non omogenea. Si evidenzia, dunque, la necessità di definire un’interpretazione di “controllo effettivo” che rifletta le modalità di comando e controllo delle operazioni e che permetta di superare l’ambiguità istituzionale delle forze di pace.

Este artigo tem como proposta apontar a urgência – e viabilidade – da inclusão da temática penal nas discussões acerca da governança global ambiental, como política pública internacional, a ser internalizada, posteriormente, nos países. Para tanto, o trabalho se divide em duas partes: na primeira, expõe-se como a governança global ambiental, atualmente, busca conectar Estados e suas subdivisões administrativas, organizações internacionais, empresas transnacionais e sociedade civil em torno de objetivos comuns, relacionados ao incremento da proteção do meio ambiente e ao uso sustentável dos recursos naturais. Na segunda parte, o estudo dedicar-se-á a apontar a urgência da tipificação de crimes internacionais contra o meio ambiente em tempos de paz, como meta para uma governança global mais coesa, considerando as organizações internacionais existentes, a fim de promover a unificação de teses e abordagens de ordem prática, um dos grandes problemas da governança hoje, carente de uma liderança mais efetiva, capaz de concentrar os entendimentos sobre o tema. Conclui-se que a governança global ambiental deve se ocupar, inicialmente no plano internacional, de criminalizar condutas graves atentatórias ao meio ambiente, sendo este um passo necessário e, talvez mais que isso, útil à confluência de entendimentos sobre os meios e mecanismos de proteção e repressão.

Il contributo intende concentrarsi sull’apporto offerto al mantenimento della pace da parte della Comunità di Sant’Egidio, associazione fondata a Roma nel 1968. L’analisi partirà dal suo primo e meglio conosciuto successo, quello ottenuto in Mozambico: grazie ad un negoziato svoltosi proprio presso la Comunità, il 4.10.1992 il governo legittimo e i guerriglieri hanno posto fine a 17 anni di conflitto, firmando l’Accordo Generale di Pace. Il controllo sull’attuazione di quest’ultimo è stato poi affidato all’ONUMOZ, operazione istituita dal CdS con la Risoluzione 797 (1992). L’analisi si concentrerà poi su una delle iniziative recenti di Sant’Egidio, quella in Repubblica Centrafricana: anche qui, la Comunità ha dimostrato di poter collaborare proficuamente con l’ONU, completandone l’azione. Proprio nell’ottica di ufficializzare tale collaborazione, il 9.6.2017 l’ONU e Sant’Egidio hanno firmato un accordo che prevede un canale di comunicazione centralizzato e regolare tra le due organizzazioni. Tale intesa senza precedenti suscita indubbio interesse: infatti, il ruolo attribuito alle ONG dalla Carta ONU è decisamente ridotto, limitandosi alla funzione consultiva rispetto all’ECOSOC prevista dall’art. 71. L’accordo in questione, dunque, può essere interpretato come un tentativo di colmare il divario tra l’attivo coinvolgimento della Comunità nelle dinamiche internazionali e il limitato ruolo istituzionalmente riconosciutole nel sistema ONU.

The purpose of this article is to analyse the legality of the practice of treaty-based interventions by international organisations of regional character in their member states under international law. In particular, the objective is to analyse the legality of this practice in relation to the general rules of international responsibility and to the collective security system of the Charter of the United Nations. Regarding the rules of international responsibility treaty-based interventions are considered lawful provided there is valid consent from the affected state, since consent is considered as a circumstance precluding the wrongfulness of certain conducts. With respect to the United Nations Charter such practice can also be deemed lawful considering that it does not characterize as enforcement action requiring authorization by the Security Council, as provided for in Chapter VIII of the Charter. The article concludes that such interventions are generally lawful under international law but must comply with certain conditions to be carried out. As a recent practice, interventions by regional organisations in their member states do not have well-defined legal dimensions and have not been extensively analysed by doctrine.

Lo scopo di questo articolo è quello di fornire un personale ricordo di Alberto L’Abate, illustrando il ruolo che egli ha svolto nell’ambito dell’esperienza non violenta italiana. Fare questo implica ricostruire la storia delle persone e dei movimenti non violenti a partire dal 1989, impresa non agevole e che richiede il superamento delle tradizionali impostazioni accademiche. Difatti, la storiografia dei movimenti non violenti richiede il passaggio da un approccio descrittivo ad uno interpretativo. Dopo aver esposto i quattro modelli di sviluppo (MDS) proposti da Lanza del Vasto negli anni ’50 e poi da Galtung negli anni ’70, l'articolo inquadra la storia politica del XX secolo nei suddetti modelli. Infine, l’autore offre una breve esposizione della vicenda non violenta italiana, sottolineando le peculiarità rispetto al panorama europeo. È all’interno di questo quadro che si colloca l’attività di L’Abate, come illustrato attraverso una tabella che permette di cogliere graficamente il suo apporto alla non violenza italiana.

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