Call for papers / Federico Oliveri

In Italia il fenomeno della migrazione ha assunto nuovamente l’aspetto di un’emergenza nel dibattito pubblico (Carta 2018) con il Decreto Legge “Immigrazione e Sicurezza” (legge n. 132/2018): la normativa in questione rappresenta una grave recessione nell’architettura del sistema di protezione italiano. Il presente articolo è un tentativo di esaminare il Decreto-Legge Immigrazione-Sicurezza e i suoi effetti socio-economici regionali, assumendo la Toscana come caso di studio. La riforma voluta dall’ex Ministro dell’Interno Salvini è stata criticata dalle organizzazioni della società civile per l’abbassamento degli standard di protezione, la violazione delle garanzie dei diritti costituzionali e l’inasprimento della tensione sociale sulla migrazione (AIDA 2018). Composto da 40 articoli, 15 dei quali dedicati all’immigrazione, alla protezione internazionale e alla cittadinanza, il cosiddetto “Decreto-Legge Salvini” ha comportato alcuni effetti rilevanti nei diversi contesti regionali e locali italiani. Infatti, anche se un ruolo importante nelle politiche generali relative al fenomeno della migrazione è svolto dal governo nazionale, in Italia le politiche specifiche di integrazione e accoglienza per i migranti sono messe in atto attraverso azioni coordinate a livello nazionale, regionale e locale. In questo contesto complesso, introduciamo un quadro concettuale per analizzare gli effetti del Decreto-Legge sui contesti regionali e per avanzare ipotesi sulle strategie che i responsabili delle politiche locali e regionali (ma anche attori non-statali) dovrebbero perseguire. Nello specifico, l’articolo mette in luce le sfide che la nuova Legge apre nei settori dell’accoglienza e dell’integrazione dei richiedenti asilo e dei rifugiati. Il caso di studio della Regione Toscana è stato scelto sulla base del suo noto modello di welfare e della sua forte struttura in termini capitale sociale. I risultati dello studio sono indicati e organizzati in un’analisi SWOT a posteriori.

Nel contesto della diffusione del populismo in tutto il pianeta, la migrazione viene molto spesso politicizzata, e i migranti accusati di causare la perdita del lavoro e lo scarso rendimento dei servizi di sussidio e per la salute. I populisti di destra esasperano queste affermazioni, alimentando e sfruttano il prosperare del razzismo e della xenofobia. Sinora in ambito accademico l’accento sul populismo globale ha finito per tralasciare l‘importanza delle esperienze locali nella comprensione di queste dinamiche e nella formazione degli orientamenti degli elettori. Questo paper prende in esame il Sud Italia, sostenendo che la migrazione gioca un ruolo rilevante nel promuovere il ricorso alle impalcature populiste, ma in relazione alle ineguaglianze socioeconomiche e alla storia locale della zona.

Nonostante la migrazione venga normalmente considerata a livello macroscopico come fenomeno geopolitico e come catalizzatore di cambiamenti socioeconomici (l’impatto sulla povertà nei paesi natale e ospitanti, l’impatto sulla crescita economica, l’impatto sul capitale umano), l’approccio fondato sulle “funzionalità” o “capacità” (Sen, 1987; 1995) afferma che anche essere in grado di scegliere dove vivere è un elemento fondamentale della libertà umana. Partendo dal 2000, l’Italia ha avuto la più alta crescita relativa della popolazione migrante (Caritas Italiana, 2019) nell’Unione Europea (UE). Il numero di richiedenti asilo, titolari di protezione internazionale e rifugiati ospitati ed assistiti dal sistema di accoglienza è notevolmente aumentato tra il 2011 e il 2017 (UNHCR, 2020). Di conseguenza, si è presentata una nuova sfida: come strutturare un sistema di accoglienza capace di sostenere i migranti attraverso la promozione della loro integrazione nelle comunità di accoglienza e favorendo la loro autonomia al termine della procedura d’asilo. Il fine dell’articolo è quello di descrivere l’evoluzione del benessere (in più dimensioni) e delle capacità dei migranti nel corso della loro esperienza di migrazione, concentrandosi particolarmente sul ruolo giocato dal sistema di accoglienza. L’articolo analizza tre casi di studio che sono stati studiati tra il 2015 e il 2019 in due regioni italiane, Toscana e Piemonte. La ricerca si avvale di metodologie partecipative innovative, tra cui discussioni di gruppo strutturate su un obiettivo centrato e rilevamenti partecipativi, con il fine di coinvolgere direttamente i richiedenti asilo e i titolari di protezione internazionale.

Negli ultimi vent’anni i paesi europei, mentre lavoravano a realizzare un Sistema d’Asilo Europeo Comune (SEAC) capace di armonizzare il quadro legislativo degli stati membri e definire dei criteri minimi comuni, hanno conseguito al tempo stesso degli obiettivi nazionali: hanno implementato politiche restrittive riguardo i migranti forzati, per dissuadere il flusso e deviare i rifugiati verso paesi vicini. Insieme alle politiche migratorie, i programmi per l’integrazione dei nuovi arrivati previsti nei paesi dell’Unione Europea potrebbero comportare un aumento della qualità della vita, inducendo così i migranti a spostarsi da un paese all’altro. Si tratta allora di analizzare gli effetti delle politiche per l’integrazione dal 2006 al 2018 sui movimenti secondari dei richiedenti asilo. Si intende sostenere che le politiche per l’integrazione mostrano legami importanti con i movimenti secondari dei richiedenti asilo nei paesi europei mentre, più in generale, le politiche dell’immigrazione possono piuttosto influenzare il flusso primario, di accesso nell’Unione Europea.

L’obiettivo del paper è delineare le caratteristiche del neo-razzismo italiano. Si intende sostenere che il neo-razzismo sia un fenomeno di massa, nato nel corso degli ultimi vent’anni come risultato di una qualità della vita degradata, causata dal neoliberalismo. Il neo-razzismo nasce da dinamiche interne ed esterne al gruppo nel quale le persone cercano il capro espiatorio che potrebbe dare spiegazione alle loro peggiorate condizioni economiche e sociali. In alternativa alle attuali teorie economiche, il paper cerca di spiegare l’insorgere della discriminazione piuttosto che assumere il razzismo come un dato naturale e pre-esistente. Dopo una sezione introduttiva, il paper è composto come segue. La seconda sezione descrive il neo-razzismo in Italia e lo differenzia dal razzismo del passato. La terza sezione tratta le odierne prospettive teoriche e spiega perché i loro risultati non siano rispondenti al caso dell’Italia. La quarta sezione discute del cambiamento dell’Italia in direzione del neoliberalismo, descrivendo sia il mutato rapporto di potere tra le imprese e i sindacati, sia le politiche che sancirono questo mutamento. La quinta sezione descrive come questi cambiamenti istituzionali abbiano influito sulle identità di categoria e relazionali delle persone. Viene sottolineato che il neoliberalismo riduce le opportunità sia per l’azione individuale che collettiva, aumentando così la portata delle identità delle categorie sociali, a discapito delle identità relazionali. La sesta sezione riporta alcune osservazioni finali.

L’europeizzazione dei confine e delle politiche di migrazione lede necessariamente la sovranità nazionale? Questo paper si interroga su questo luogo comune, analizzando la correlazione fra tre tattiche interne di confine, promosse dai nazional-populisti allo scoppio della "crisi migratoria" del 2015 in relazione al Regolamento di Dublino, ovvero il quadro giuridico dell’Unione Europea per gestire la distribuzione dei richiedenti asilo fra gli Stati Membri. Non solo la banca dati biometrica collegata al Regolamento di Dublino (EURODAC) ha permesso alle autorità nazionali di diminuire il numero dei richiedenti dei quali erano ritenuti responsabili, ma è stata anche utilizzata in una molteplicità di modi per porre ostacoli amministrativi a danno di altre categorie di cittadini di paesi terzi. Inoltre, al contrario di quanto comunemente pensato, l'autore sostiene che il Sistema Comune Europeo d’Asilo (CEAS) potrebbe essere, per alcuni aspetti, uno strumento ideale e necessario per esercitare la sovranità nazionale all’interno del contesto Schengen. Considerando che le politiche qui esposte sono state propagandate nel nome della “ri-nazionalizzazione” della gestione dei flussi di richiedenti asilo assumendo come bersaglio le istituzioni europee, queste stesse politiche potrebbero paradossalmente poggiare su un ampio uso degli strumenti di sorveglianza dei dati offerti dalla stessa Unione Europea. In questo modo, il paper prova a offrire una migliore comprensione di alcune ambivalenze dei partiti euroscettici in rapporto al Sistema Comune Europeo d’Asilo.

Per rispondere alle crescenti criticità connesse ai fenomeni migrazione, negli ultimi anni i paesi europei hanno sempre più fatto ricorso a politiche restrittive di ingresso. Mentre la letteratura in materia di migrazione tende a supportare questa modalità politica, segnalando un’importante associazione tra le legislazioni restrittive e i flussi migratori, le conclusioni sono solitamente legate solo alla entità dei flussi di migranti regolari. Questo articolo integra questa evidenza, utilizzando dati inediti sui flussi migratori irregolari tra il 2003 e il 2016 sulla rotta del Mediterraneo Centrale, per fornire un’analisi critica delle attuali legislazioni restrittive come uno strumento di gestione della migrazione. L'autore constata che tali restrizioni, invece che scoraggiare la migrazione irregolare, portano piuttosto più persone a tentare di entrare nel sistema dell'asilo. Ridurre l’accesso alle vie legali non ha, dunque, un effetto significativo sulla quantità dei migranti che viaggiano lungo la rotta del Mediterraneo Centrale, mentre fa crescere il numero di quelli che cercano la regolarizzazione attraverso il processo d’asilo.

Relativamente alle migrazioni, due concetti si dimostrano tanto incontestabili quanto importanti da considerare: si tratta di fenomeni che esistono da sempre e che rappresentano un aspetto integrante degli esseri umani; la globalizzazione favorisce la comunicazione e gli spostamenti tra paesi e continenti, contribuendo così a incrementare il numero dei migranti che, tra il 2000 ed il 2020, è passato da 150 a 272 milioni (IOM 2020). Questo significa, in sostanza, che molto probabilmente le migrazioni continueranno a essere parte della nostra esistenza e, indipendentemente da qualsivoglia ideologia, trovare approcci funzionali a una gestione efficace di tale fenomeno è nell’interesse di ogni nazione e di ogni individuo. L’obiettivo di questo paper consiste nel fare luce su come e quanto l’utilizzo dell’approccio sistemico possa dimostrarsi vincente per la prevenzione e la gestione di una serie di criticità connesse ai flussi migratori, nonché per lo sviluppo di politiche volte a rendere le società nel loro complesso più resilienti, inclusive ed intelligenti. La Teoria dei Sistemi costituisce un ponte tra scienza e società, e si dimostra essere uno strumento incredibile non solo per l’analisi e la risoluzione dei problemi, ma anche per lo sviluppo di nuove strategie di gestione dei meccanismi di organizzazione e di interazione umana, potenzialmente in ogni contesto.

La vulnerabilità caratterizza in maniera diversa i diversi sistemi sociali e tali differenze sono riconducibili a diversi fattori. Tra questi, ad esempio, la sensibilità dell’essere umano ai cambiamenti climatico-ambientali, nonché la capacità di risposta e di adattamento della popolazione e dell’intero sistema socio-economico ad una nuova o improvvisa situazione. Nel presentare e comprendere il fenomeno delle migrazioni post disastro, in questo lavoro, si ritiene che il concetto di vulnerabilità rappresenti una nozione chiave. Attualmente, tuttavia, gli studi su tale associazione limitano il loro esame esclusivamente all’associazione tra vulnerabilità climatica e migrazione internazionale. Se appare molto forte, già a livello intuitivo, la relazione che intercorre tra vulnerabilità e migrazioni, tale relazione si rafforza quando si aggiunge la povertà e il rischio salute. Chi è povero, infatti, presenta sicuramente un rischio maggiore di esposizione a diverse forme di vulnerabilità, anche in relazione a vari tipi di eventi dannosi. Ad esempio, indipendentemente dal fatto che siano stati costretti a fuggire dalle loro case a causa di conflitti, violenze o disastri, ad esempio, milioni di sfollati interni in tutto il mondo vivono in aree densamente popolate, non sono in grado di isolarsi e non hanno accesso all'acqua, ai servizi igienici e all'assistenza sanitaria di base. È essenziale che studiosi e policymakers approfondiscano l’associazione tra vulnerabilità e migrazione in una prospettiva globale, dal momento che la relazione clima-migrazione è eterogenea e dipende in modo critico dalla vulnerabilità differenziale di luoghi e popolazioni.

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