Scienza e Pace
Science and Peace
Nell’aprile 2025 ho rassegnato le mie dimissioni dal Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Pisa per proseguire il mio impegno di professore presso la Belt and Road School della Beijing Normal University, nel campus di Zhuhai (Guangdong, Cina). Poiché Scienza e Pace/Science and Peace è pubblicata dal Centro Interdisciplinare di Scienze per la Pace dell’Università di Pisa, mi è sembrato conseguente rassegnare le dimissioni anche dalla mia carica di direttore della rivista, carica che ricoprivo dal dicembre 2016, pur dando la disponibilità a mantenerne la guida fino a che non fosse stato individuato un nuovo direttore. La scelta è ricaduta sul prof. Leonardo Pasquali, al quale vanno le mie più sincere congratulazioni, insieme al mio caloroso augurio di buon lavoro.
In this paper, I present Stories that Reconnect (StR), an emerging methodology designed to sustain cultures of peace in times of polycrisis. Taking an autobiographical approach, I offer a reflective account of the birth of StR during my work as facilitator and trainer. StR emerged from the need for connection, the call to be honoring pain, and the commitment of making hope – even amidst increasing violence and polarization. First, I situate StR within the current polycrisis through the lens of Theory U and frame peace as envisioned by Johan Galtung and Elise Boulding. I illustrate the three key frameworks – Focusing, the Work That Reconnects, and Theory U – that shape StR’s approach, language, map, and matrix. StR unfolds within an aesthetic space, where social arts enable the co-sensing of present reality and its highest future potential. At the heart of the process lies a call to connection, compassion, and courage – enhancing the capacities for empathy, self-empathy, staying-with, imagination, and creativity; through practices such as grounding, storylistening (deep listening), and collective story creation. This paper lays the groundwork for peace education training, and reconciliation processes, acknowledging that this work – like a motion-blurred photograph – is fluid, ever-evolving, and deeply rooted in lived experience.
Questo articolo analizza le nuove forme di mobilitazione che, soprattutto dopo la crisi globale del 2008, hanno assunto la denominazione di “scioperi”, allo scopo di chiarirne la natura e di comprenderne il rapporto con lo sciopero della tradizione operaia e sindacale, quale tipica forma del conflitto di classe nelle società capitalistiche mature. I casi esaminati saranno in particolare lo sciopero climatico e lo sciopero femminista: questi, infatti, condividono non solo la recente affermazione ma anche alcuni loro caratteri e la loro dimensione globale. Nello specifico, si esaminerà se questi fenomeni, a prescindere dall’elemento semantico, presentino elementi che permettano di ricondurli al concetto di sciopero. In particolare, ci si concentrerà sull’esame dei quadri teorici e delle pratiche concrete adottate per misurare la distanza e la novità delle nuove forme di sciopero rispetto a quelle tradizionali, ma si terrà conto anche della composizione dei nuovi scioperi e delle caratteristiche dei rispettivi soggetti promotori. L’esame sarà supportato dall’analisi di documenti prodotti dalle realtà promotrici di queste nuove forme di sciopero, confrontate con alcune interviste effettuate ad attivisti/e impegnati/e nel mondo associativo e sindacale.
Il presente contributo esamina, sotto il profilo del diritto internazionale, alcune risposte offerte dalle Nazioni Unite alle problematiche che hanno da molto tempo perseguitato lo Yemen. Seguendo l’ordine cronologico dei vari eventi che si sono succeduti nel tempo, saranno in particolare prese in considerazione alcune iniziative attuate per lo Yemen dal Segretario Generale, nonché quelle realizzate dal Consiglio di Sicurezza, svolgendo osservazioni in merito al loro quadro giuridico e alla loro efficacia.
Questo articolo analizza l’attuazione dell’Agenda Donne, Pace e Sicurezza (DPS) nelle Forze Armate italiane e svedesi, due Paesi europei caratterizzati da modelli di difesa e approcci alla parità di genere profondamente differenti. Attraverso un quadro analitico multilivello basato sui diritti umani e combinando l’analisi documentale con interviste semi-strutturate, lo studio esamina come i principi DPS, prevenzione, protezione, partecipazione e soccorso/recupero, vengano tradotti in strutture, culture e pratiche militari. L’analisi mostra in che modo l’Agenda DPS abbia influenzato la leadership e la partecipazione femminile nelle due istituzioni, evidenziando persistenti divari tra impegni formali e realtà operative. Sebbene la Svezia abbia storicamente promosso un’integrazione proattiva e femminista delle prospettive di genere nelle politiche di difesa e sicurezza, il recente arretramento della sua politica estera femminista rivela la fragilità di tali risoluzioni anche in contesti considerati progressisti. L’Italia, al contrario, mantiene un approccio più reattivo e poco interiorizzato, con un'attuazione dell’Agenda DPS spesso legata alle operazioni di peacekeeping. In un contesto di sicurezza in rapido mutamento, segnato da una crescente militarizzazione in Europa, l’articolo sostiene che un’attuazione significativa dell’Agenda DPS richieda riforme intersezionali, basate sui diritti e sensibili al contesto, capaci di trasformare le istituzioni militari andando ben oltre una mera inclusione simbolica.
L’articolo analizza l’impatto della guerra in Ucraina sulla tenuta del regime pattizio delle Convenzioni di Ottawa e di Oslo. Il contributo esamina il recesso dal quadro normativo da parte della Finlandia, della Polonia e delle Repubbliche Baltiche avvenuto tra il 2024 e il 2025. Esso è stato motivato da esigenze strategiche e dal principio di autodifesa, in risposta alla minaccia posta dalla Federazione Russa. Il contributo ricostruisce le basi giuridiche di queste decisioni, mettendo in luce le implicazioni normative e le tensioni tra la sovranità nazionale e gli obblighi internazionali. L’articolo esplora inoltre il ruolo dell’industria militare e la produzione globale di mine antipersona. Nonostante la predominanza di compagnie asiatiche, l’utilizzo diffuso di questo tipo di armi nel conflitto russo-ucraino e la fornitura statunitense all’Ucraina rappresentano due pericolosi precedenti che rischiano di compromettere la legittimità del diritto internazionale umanitario e il processo di universalizzazione dei trattati sulle ICW.
Il tema di questo numero di Scienza e Pace – Religioni come strade di pace – interroga un paradosso che attraversa la storia dell’umanità: le religioni, spesso associate a messaggi di amore, giustizia e nonviolenza, sono state al tempo stesso protagoniste di guerre, persecuzioni e divisioni. Come leggere questa ambivalenza? È possibile considerare le religioni strumenti di pace senza ignorare il loro ruolo nei conflitti? La conversazione con Pierluigi Consorti, Professore ordinario di Diritto e religione e di Diritto canonico all’Università di Pisa, affronta proprio questa complessità, esplorando il rapporto tra religione, potere, conflitto, guerra e pace. Il punto di partenza è una constatazione fondamentale: la guerra non è un destino inevitabile, ma una scelta. È la degenerazione violenta del conflitto, che invece rappresenta un elemento fisiologico e trasformativo della vita sociale, corollario naturale della diversità, inclusa quella di fede. L’esperienza del Professor Consorti, come studioso e come ex direttore del Centro Interdisciplinare Scienze per la Pace (CISP), consente di coniugare due prospettive complementari: da un lato lo sguardo del giurista, attento a norme, istituzioni e dinamiche di potere; dall’altro la sensibilità di chi riconosce il valore spirituale e intimo della religione.
Questo articolo analizza la strumentalizzazione geopolitica e la forza identitaria dei simboli religiosi nella guerra russo-ucraina. Si argomenta che l'uso di simboli confessionali (o debolmente religiosi) non marginale, ma costituisce un ingranaggio motivazionale centrale e un giustificatore etico. L'analisi si concentra sul modello paraconfessionista russo e sulla risposta ucraina mediante simboli di resistenza armata. Il contributo dimostra che i simboli sono trasformati in armi improprie della propaganda, rafforzando la polarizzazione del "noi contro loro" e la logica della guerra identitaria.