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Il Terzo Assente. Problemi e rischi della perdita della neutralità statale e sovranazionale

La guerra in Ucraina sta procedendo da oltre un anno, senza accordi su temporanei “ cessate il fuoco ” né prove di vero negoziato . La difficoltà ad avviare negoziati efficaci, l’adesione di Svezia e Finlandia alla NATO e la rimilitarizzazione degli Stati, stanno riproponendo uno scenario di disordine internazionale e riducendo gli spazi per soggetti “terzi” e/o “neutri”, quelli che dovrebbero agire secondo imparzialità e garantire giustizia e rispetto del diritto internazionale. L’articolo si propone di ri abilitare le categorie di “ neutro ” e di “ terzo ” nei processi di risoluzione delle controversie internazionali, e di sollevare i problemi e le contraddizioni che la loro scomparsa sta provocando per un ordine mondiale di pace e sicurezza.

The war in Ukraine has been going on for more than a year, without agreements on temporary ‘ceasefires’ or evidence of real negotiations. The difficulty in launching effective negotiations, the accession of Sweden and Finland to NATO and the remilitarisation of States, are re-proposing an international disorder scenario and reducing the spaces for ‘third’ and ‘neutral’ subjects, which should act impartially and guarantee justice and respect for international law. The article aims to rehabilitate the categories of ‘neutral’ and ‘third’ in international dispute resolution processes and raise problems and contradictions that their disappearance is causing for a world order of peace and security.

Spunti per la ‘pace’ a partire dall’enciclica Fratelli tutti

Il saggio propone una lettura dell’enciclica Fratres omnes del 2020 lontana dagli aspetti teologici e dalle implicazioni religiose, diretta piuttosto a cogliere spunti comuni a credenti e non credenti che, di fronte alla deriva nichilista globale dell’ homo oeconomicus , possono dare impulso a nuove modalità relazionali tra gli esseri umani e tra questi e il mondo. La riflessione si concentra, come esempio, sui concetti di ‘solidarietà’ e ‘fraternità’ che, accomunati dall’uguale obiettivo di piegare la logica egoistica del profitto, possono contribuire ad affermare un paradigma culturale alternativo, finalizzato alla costruzione di una pace ‘esistenziale’.

This paper deals with the encyclical Fratres omnes (2020) not from the perspective of theology and its strictly religious implications, but in order to grasp those aspects uniting believers and non-believers. The focus is on those elements which, in order to oppose the global nihilistic drift of the homo oeconomicus, may support the development of new ways of relating human beings to each other and to the world. Within this frame, a special attention will be devoted to the concepts of ‘solidarity’ and ‘brotherhood’ which, aimed at overcoming the individualistic logic of profit, can contribute to an alternative cultural paradigm oriented to ‘existential’ peace.

Operazioni di peacekeeping delle Nazioni Unite e responsabilità internazionale

Lo scritto esamina la questione dell’attribuzione della responsabilità per gli illeciti compiuti dai caschi blu nell’ambito delle operazioni di peacekeeping delle Nazioni Unite. Dopo aver analizzato la giurisprudenza applicativa del criterio del controllo effettivo, ai fini dell’individuazione del soggetto responsabile tra ONU e Stati fornitori dei contingenti, viene prospettata una interpretazione estensiva dello stesso criterio, volta a ricomprendere il controllo normativo e operativo e, dunque, a prefigurare una forma di responsabilità duale (al contempo dell’Organizzazione e degli Stati). In questo modo, si fornisce alle vittime dell’illecito uno strumento utile a superare l’immunità delle Nazioni Unite dalla giurisdizione e a garantire la tutela del diritto a un rimedio effettivo.

The paper deals with the attribution of international responsibility for wrongful acts committed by UN peacekeepers. First, it analyses the case law applying the criterion of the “degree of effective control” as decisive to the attribution of that conduct to the UN or to the contributing State. Then, it suggests that the criterion of the “degree of effective control” includes operational, jurisdictional, and disciplinary powers, so that dual attribution of conduct cannot be excluded and usually occurs in UN peacekeeping operations. The dual attribution of the same conduct (to UN and States) is also useful to victims, as it overtakes the immunity from jurisdiction granted to UN under international law, providing a judicial remedy in national and international courts against the contributing State.

Profili di legittimità degli interventi armati delle organizzazioni regionali e sub-regionali all’interno del territorio di un proprio Stato membro

Il presente contributo intende esaminare i profili generali di conformità all’ordinamento internazionale degli interventi armati realizzati dalle organizzazioni regionali e sub-regionali all’interno del territorio di un proprio Stato membro. A tal fine, sono stati presi in considerazione i trattati istitutivi delle organizzazioni regionali e sub-regionali che fino ad oggi hanno attuato tali tipi di interventi, valutando se e in che misura essi li prevedano. Sono dunque state analizzate le fattispecie di intervento che più frequentemente vengono ad inverarsi nella prassi, verificando se tali tipi di condotte siano conformi a quanto il diritto internazionale prescrive in materia. Infine, sono state offerte anche alcune considerazioni sull’elemento del consenso, da alcuni ritenuto necessario affinché possa essere considerato legittimo un intervento armato di un’organizzazione regionale o sub-regionale sul territorio di un proprio Stato membro.

This paper is aimed to analyse if the armed interventions of regional and sub-regional organizations in the territory of a Member State comply with international law from an overall point of view. The treaties of the regional and sub-regional organizations – which have performed armed interventions in the territory of a Member State until today – have been surveyed, in order to assess whether and how far they include such kind of armed interventions. The conducts more often performed by regional and sub-regional organizations on this matter have been then analysed, in order to appraise their compliance with international law. Lastly, the element of the consent from the Member State target of the armed intervention has been surveyed.

Quando il nucleare per la pace può diventare un’arma: i rischi di un attacco militare alla centrale ucraina di Zaporizhzhia

La possibilità che una centrale nucleare operativa sia colpita in un attacco durante operazioni militari è diventata di drammatica attualità nell’odierna crisi ucraina. Gli incidenti ipotizzabili in tale scenario si dividono, a seconda della tipologia di attacco, in incidenti di criticità oppure incidenti convenzionali. I primi potrebbero verificarsi nel caso in cui sistemi ausiliari e di sicurezza del reattore venissero colpiti simultaneamente, provocando un raggiungimento incontrollato della criticità del reattore. I secondi, potrebbero comportare il rilascio di radioattività nell’ambiente a seguito di detonazioni ed incendi in siti della centrale contenenti materiale radioattivo. Spesso ed in modo scorretto negli ultimi mesi, commentando gli eventi accaduti alla centrale di Zaporizhzhia a partire da Marzo 2022, i media hanno paragonato la portata delle conseguenze di tali attacchi a quelle dell’utilizzo di un’arma nucleare tattica. Dal punto di vista della letalità per la popolazione, dei radionuclidi coinvolti, dell’entità della contaminazione dell’ambiente i due eventi sono profondamente diversi. Il presente lavoro, a carattere esplicativo, si propone di studiare l’impatto sull’uomo e sull’ambiente delle conseguenze di un attacco militare alla centrale e quelle della detonazione di un ordigno nucleare tattico della potenza di 10 kt (kiloton).

A direct strike on an operative nuclear power plant during military operations has become a possible dramatic scenario in the present Ukrainian crisis. Plausible accidents in such a scenario could be divided into criticality and conventional accidents. The former could occur if auxiliary and safety power plant systems are hit simultaneously, reaching the reactor criticality in an uncontrolled way. The latter could involve the release of radioactivity into the environment as a result of detonations and fires at power plant sites containing radioactive material. Often and incorrectly in recent months, commenting on events at the Zaporizhzhia power plant started on March 2022, the media have compared the consequences of such attacks to that of using a tactical nuclear weapon. From the standpoint of lethality to the population, radionuclides involved, and the extent of contamination of the environment, the two events are deeply different. This explanatory paper aims to study the impact on humans and on the environment of an attack’s consequences on the Zaporizhzhia power plant and those of the detonation of a tactical nuclear warhead of 10 kt (kiloton).

Facing the challenge of globalization: the role of confidence in institutions

Un ampio dibattito sulle determinanti del sostegno delle persone alla globalizzazione ha concluso che è necessario fare leva sugli schemi di welfare per compensare coloro che perdono a causa della globalizzazione. Tuttavia, questa soluzione non è universalmente accettata e potrebbe non essere praticabile in tempi di vincoli di bilancio. In questo paper verifichiamo l’ipotesi che la fiducia nelle istituzioni migliori l’accettazione della globalizzazione da parte delle persone. Utilizziamo i microdati dell’Eurobarometro, dell’European Social Survey e dell’European Quality of Life Survey per studiare il caso del Lussemburgo, un’economia piccola e aperta, fortemente integrata nei mercati internazionali e in cui gli immigrati sono più della metà dei residenti totali. I dati indicano che la fiducia nelle istituzioni, e in particolare in quelle internazionali, aumenta l’accettazione della globalizzazione da parte delle persone. Tuttavia, proprio quando la globalizzazione è considerata come libera circolazione delle persone attraverso le frontiere, la fiducia nelle istituzioni internazionali gioca un ruolo importante. Questi risultati sono robusti per invertire la causalità.

An extensive debate on the determinants of people’s support for globalization concluded that it is necessary to leverage on welfare schemes to compensate those who lose from globalization. Yet, this solution is not universally accepted and it may not be viable in times of budget constraints. We test the hypothesis that confidence in institutions improves people’s acceptance of globalization. We use micro data from the Eurobarometer, the European Social Survey and the European Quality of Life Survey to study the case of Luxembourg, a small and open economy, highly integrated in international markets and in which immigrants are more than half of the total residents. Figures indicate that confidence in institutions, and in particular in international ones, increases people’s acceptance of globalization. However, when globalization is considered as free movement of people across borders, confidence in international institutions plays a major role. These results are robust to reverse causality. 

Johan Galtung: A Foundational and Contested Figure in Peace Research

Johan Galtung occupa una posizione unica e fondamentale nel campo degli studi sulla pace e sui conflitti. In oltre sessant’anni, il suo lavoro ha plasmato la ricerca sulla pace sia come disciplina accademica che come forma di prassi. I suoi contributi spaziano dalla mediazione dei conflitti alle relazioni internazionali, dalla sociologia all’analisi culturale, ma lo studioso è forse meglio conosciuto per aver elaborato due modelli concettuali che hanno avuto ampia circolazione: la distinzione tra pace positiva e pace negativa e il cosiddetto “triangolo della violenza”. Questi concetti non si sono limitati a introdurre una nuova terminologia, ma hanno ridefinito in profondità il modo in cui studiosi/e e professionisti/e comprendono le cause dei conflitti, i sistemi di dominio e le prospettive di una pace sostenibile. Questo numero di Scienza e Pace è dedicato a una revisione critica e a un’applicazione creativa delle idee di Galtung, in particolare come risposta alle sfide contemporanee. In un mondo caratterizzato da forme di violenza sempre più complesse, che vanno dalla criminalità organizzata e dall’oppressione di genere all’instabilità climatica e alla polarizzazione culturale, è fondamentale ripensare gli strumenti concettuali che utilizziamo per analizzare e trasformare queste realtà. Sebbene i modelli teorici di Galtung siano stati oggetto di critiche, essi rimangono comunque estremamente rilevanti. I contributi presenti in questo numero esplorano la sua eredità attraverso la messa a punto teorica, l’analisi empirica e il dialogo interdisciplinare, offrendo nuove prospettive su come la ricerca sulla pace possa rispondere alle problematiche più urgenti di oggi.

Johan Galtung occupa una posizione unica e fondamentale nel campo degli studi sulla pace e sui conflitti. In oltre sessant’anni, il suo lavoro ha plasmato la ricerca sulla pace sia come disciplina accademica che come forma di prassi. I suoi contributi spaziano dalla mediazione dei conflitti alle relazioni internazionali, dalla sociologia all’analisi culturale, ma lo studioso è forse meglio conosciuto per aver elaborato due modelli concettuali che hanno avuto ampia circolazione: la distinzione tra pace positiva e pace negativa e il cosiddetto “triangolo della violenza”. Questi concetti non si sono limitati a introdurre una nuova terminologia, ma hanno ridefinito in profondità il modo in cui studiosi/e e professionisti/e comprendono le cause dei conflitti, i sistemi di dominio e le prospettive di una pace sostenibile. Questo numero di Scienza e Pace è dedicato a una revisione critica e a un’applicazione creativa delle idee di Galtung, in particolare come risposta alle sfide contemporanee. In un mondo caratterizzato da forme di violenza sempre più complesse, che vanno dalla criminalità organizzata e dall’oppressione di genere all’instabilità climatica e alla polarizzazione culturale, è fondamentale ripensare gli strumenti concettuali che utilizziamo per analizzare e trasformare queste realtà. Sebbene i modelli teorici di Galtung siano stati oggetto di critiche, essi rimangono comunque estremamente rilevanti. I contributi presenti in questo numero esplorano la sua eredità attraverso la messa a punto teorica, l’analisi empirica e il dialogo interdisciplinare, offrendo nuove prospettive su come la ricerca sulla pace possa rispondere alle problematiche più urgenti di oggi.

Revisiting structural violence: Galtung’s legacy and power relations

Sebbene Galtung sia noto soprattutto per le sue ricerche sulla pace e sulle strategie di risoluzione dei conflitti, la sua opera affronta approfonditamente anche il tema della violenza. In particolare, gli va riconosciuto il merito di aver ampliato la comprensione della violenza oltre la mera aggressione fisica, identificandone le dimensioni culturali e strutturali. La sua analisi della violenza strutturale è stata particolarmente significativa, contribuendo al lavoro di studiosi di diverse discipline nell’esame delle disuguaglianze sistemiche. Tuttavia, il concetto di violenza strutturale elaborato da Galtung è stato anche oggetto di critiche. In sintesi, la letteratura suggerisce che esso risulti troppo vago, facendo sì che i rapporti tra potere, disuguaglianza e danno tendano a confondersi. Questo articolo intende affrontare tali limiti, in particolare chiarendo le caratteristiche della violenza strutturale e la sua connessione con le relazioni di potere. Ciò consentirà di stabilire un legame tra la violenza strutturale e il concetto foucaultiano di stati di dominazione – vale a dire, specifiche configurazioni di relazioni di potere contrassegnate dalla mancanza di libertà. Queste precisazioni permetteranno una rivisitazione del triangolo della violenza di Galtung, con particolare attenzione alla relazione tra violenza strutturale e violenza diretta.

Although Galtung is best known for his research on peace and conflict resolution strategies, his work also extensively addresses the issue of violence. In particular, he is credited with expanding the understanding of violence beyond physical aggression, identifying its cultural and structural dimensions. His analysis of structural violence has been especially significant, contributing to the work of scholars across various disciplines in examining systemic inequalities. However, Galtung’s concept of structural violence has also been criticized. In short, the literature suggests that it is too vague, with the relationships between power, inequality, and harm becoming blurred. This paper seeks to address these shortcomings, particularly by clarifying the characteristics of structural violence and its connection to power relations. This will establish a connection between structural violence and Foucault’s concept of states of domination —namely, specific arrangements of power relations marked by the lack of freedom. These clarifications will also enable a brief review of Galtung’s violence triangle, with a particular focus on the relationship between structural and direct violence.

Le religioni come strade di pace

Il presente fascicolo di Scienza e Pace propone una riflessione sul ruolo delle religioni nelle costruzioni della pace. I contributi raccolti in questo numero prendono le mosse da un’attività didattica che, attraverso la riflessione critica e il dialogo nell’aula con le studentesse e gli studenti, è diventata anche un’attività di ricerca. I saggi riprendono alcune delle lezioni e dei seminari tenuti per i Corsi di Diritto e religione e di Diritto comparato delle religioni , nell’ambito delle iniziative di didattica speciale del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Pisa, in collaborazione con il Progetto di ricerca di ateneo «La pace fragile». Ci si riferisce, in particolare, al mini-corso «Le religioni come “strade di pace”» (a.a. 2022/2023) e alla clinica legale «Percorsi di de-radicalizzazione e gestione dei conflitti religiosi» (a.a. 2023/2024). Ora i diversi contributi assumono in questo fascicolo una veste unitaria, con una chiave di lettura interdisciplinare. L’obiettivo è quello di esplorare come le religioni possano effettivamente rappresentare un dispositivo di trasformazione nonviolenta dei conflitti e di realizzazione di società pacifiche. È vero: le religioni hanno alimentato, e ancora alimentano, divisioni, persecuzioni e guerre. Eppure, la violenza appare una degenerazione patologica delle esperienze religiose che, al contrario, presentano un potenziale di pace.

Ucraina e Russia. La fede cristiana. Le speranze. La tragedia

L’articolo analizza la dimensione religiosa del conflitto russo-ucraino, un elemento cruciale e spesso sottovalutato nelle analisi geopolitiche, inquadrando gli eventi bellici in un contesto storico-ecclesiastico millenario. Il contributo sottolinea l’importanza straordinaria che la fede cristiana (ortodossa) ha avuto e ha ancora oggi nel plasmare gli intrecci sociali e le inestricabili connessioni geopolitiche tra i due paesi. La riflessione prende le mosse dal Sobor russo del marzo 2024, presieduto dal Patriarca Kirill, che ha approvato una risoluzione definendo l’Operazione militare speciale (OMS) una “guerra santa” contro l’Occidente “sprofondato nel Satanismo” e a difesa del “Mondo Russo” (Russky Mir). Tale giustificazione ideologica si radica nel mito storico di “Mosca, la Terza Roma”, erede dell’Ortodossia dopo la caduta di Costantinopoli. Si evidenzia il fatto che il conflitto ha acuito lo scisma tra Mosca e Costantinopoli, sorto dopo la concessione dell’autocefalia alla Chiesa ucraina (CAU) nel 2018: mentre, da una parte, Kirill sostiene fermamente l’OMS, il primate della Chiesa Ortodossa Ucraina (COU) ha condannato l’attacco come “guerra fratricida”, sostenuto da diversi vescovi. L’articolo mette in risalto le drammatiche conseguenze per Mosca, che rischia di perdere la Chiesa ucraina – circa un terzo dei suoi fedeli – e di compromettere irreversibilmente il dialogo ecumenico internazionale.

The article analyzes the religious dimension of the Russian-Ukrainian conflict, a crucial element often underestimated in geopolitical analyses, framing the war events within a millennial historical-ecclesiastical context. The contribution emphasizes the extraordinary importance that the Christian (Orthodox) faith has had and still holds today in shaping the social dynamics and inextricable geopolitical connections between the two countries. The reflection starts from the Russian Sobor of March 2024, presided over by Patriarch Kirill, which approved a resolution defining the Special Military Operation (SMO) as a “holy war” against the West, which is “plunged into Satanism,” and in defense of the “Russian World” (Russky Mir). This ideological justification is rooted in the historical myth of “Moscow, the Third Rome,” the heir to Orthodoxy after the fall of Constantinople. It highlights the fact that the conflict has exacerbated the schism between Moscow and Constantinople, which arose after the granting of autocephaly to the Ukrainian Church (CAU) in 2018: while, on one hand, Kirill firmly supports the SMO, the primate of the Ukrainian Orthodox Church (COU) has condemned the attack as a “fratricidal war,” a stance supported by several bishops. The article underscores the dramatic consequences for Moscow, which risks losing the Ukrainian Church— approximately one-third of its faithful—and irreversibly compromising international ecumenical dialogue.