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Expanding the educational message conveyed by the “Battle of the Sexes” game

Il gioco “Battle of the Sexes” (BoS) viene spesso utilizzato per illustrare le sfide del coordinamento in situazioni competitive. Tuttavia, leggendo Luce e Raiffa (1957), che hanno introdotto questo gioco, si nota che la narrazione che propongono non è perfettamente allineata con i payoff che utilizzano. Cosa succede se i guadagni vengono modificati per riflettere meglio la loro narrazione? Come può essere modificato il gioco per ottenere altri equilibri, consentendo così di interpretare una gamma più ampia di problemi di coordinamento nella vita reale? Introducendo esplicitamente una funzione di utilità, proponiamo un quadro generale che affronta queste domande e amplia il messaggio educativo che viene trasmesso.

The “Battle of the Sexes” (BoS) game is often used to illustrate the challenges of coordination in competitive situations. However, when reading Luce and Raiffa (1957), who introduced this game, one notices that the narrative they propose does not perfectly align with the payoffs they uses. What happens if the payoffs are modified to better reflect their narrative? How can the game be modified to yield other equilibria, thereby allowing to interpret a wider range of real-life coordination problems? By explicitly introducing an utility function, we propose a general framework that addresses these questions and broaden the educational message that is conveyed.

Guerra in Ucraina: dall’analisi delle cause all’impegno per una pace equa e duratura

All’alba del 24 febbraio 2022 le truppe della Federazione Russa hanno invaso l’Ucraina. Il numero dei morti e dei feriti militari e civili, gli oltre 6,2 milioni di profughi ucraini (di cui più di 5,8 in Europa), i pesanti danni subiti da città, villaggi e infrastrutture, i quantitativi di armi già impiegati o pronti all’uso, sono solo alcuni dei dati che fanno di questa guerra una delle più gravi degli ultimi decenni. Il coinvolgimento diretto e indiretto delle principali potenze nucleari del pianeta, la presenza di milizie mercenarie, l’invio e l’uso di armi vietate dalle convenzioni internazionali come le cosiddette bombe a grappolo, il ricorso a droni armati navali e aerei, munizioni all’uranio impoverito, sanzioni, blocchi navali e sabotaggi, ne fanno anche una guerra “ibrida” particolarmente complessa, capace di produrre effetti imprevedibili su larga scala e nel lungo periodo. Tuttavia, dopo una fase di notevole attenzione mediatica, segnata da una forte polarizzazione, il sostanziale stallo delle operazioni militari, l’assenza di trattative di pace e la prospettiva di un prolungamento indefinito del conflitto rischiano di produrre una “normalizzazione della guerra”. In questo quadro, abbiamo invitato il mondo della ricerca a proporre le proprie analisi della guerra in corso, sulla cui base costruire possibili vie per una pace equa e duratura. Gli autori e le autrici che hanno deciso di partecipare a questo numero monografico della rivista hanno offerto preziosi contributi in questa direzione, partendo da prospettive disciplinari e posizionamenti ideologici diversi. Questa introduzione propone un percorso di lettura trasversale ai diversi lavori, così da metterne in luce le diverse risposte offerte ad alcune domande che riteniamo fondamentali: Quali sono i diversi punti di vista sulla guerra in Ucraina ed esiste una via per arrivare a una loro sintesi e ricomposizione? Come è stato raccontato il conflitto armato in Ucraina e che effetti ha avuto tale narrazione sulla comprensione della guerra e sulle prospettive di pacificazione tra i diversi attori coinvolti? Quali argomenti sono stati utilizzati nel dibattito pubblico per giustificare il ricorso alla forza armata? Perché tra i governi occidentali e in parte dell’opinione pubblica si è affermata la convinzione che il principale (se non l’unico) supporto possibile all’Ucraina invasa fosse di natura militare? Quali sono le cause prossime e quali quelle più profonde della guerra in corso? Tenendo conto delle modalità con cui è stata condotta la guerra e dei suoi effetti, oltre che delle sue cause profonde, quali vie d’uscita nonviolente sono praticabili? Confidiamo che i lavori inclusi in questo numero possano contribuire a una migliore comprensione del conflitto in corso, offrendo al contempo valide indicazioni per la sua conclusione diplomatica e per la costruzione di una pace duratura, nel quadro di un equilibrato ordine mondiale.

For a just and lasting peace in Ukraine: “Development is the new name for peace”

Partendo dalla famosa affermazione di papa Paolo VI, “ lo sviluppo è il nuovo nome della pace ”, l’articolo sostiene che una strategia credibile ed efficace per raggiungere la pace nella guerra in corso in Ucraina, così come nelle altre 168 guerre che si stanno combattendo oggi nel mondo, debba includere la costruzione di nuove istituzioni, sia nell’arena politica che in quella economica. In questo quadro viene avanzata una proposta concreta per arrivare, in tempi brevi, a un negoziato di pace credibile e attuabile. Lo spirito di questo lavoro è lo stesso cristallizzato nel motto di Erasmo da Rotterdam: “ Meglio una pace ingiusta che una guerra giusta ”.

Starting from the famous sentence by pope Paul VI (1967): “Development is the new name for peace”, the paper argues that a credible and effective strategy to achieve peace in the Ukraine war as well as in the other 168 wars being fought in the world, today, is to build up new institutions of peace, both in the political and in the economic arenas. Meanwhile, the paper advances a concrete proposal to arrive, in a short time, at a peace negotiation that is credible and enforceable. The spirit of the paper is the same as the one crystallized in the Erasmus’s sentence: “It is better an unfair peace to a fair war”.

Costruttori di affettività? I media digitali nei conflitti contemporanei: alcune riflessioni a partire dalla guerra in Ucraina

Il conflitto in Ucraina sta contribuendo a enfatizzare le logiche sottese alla rappresentazione dei conflitti e alla partecipazione, anche di natura affettiva ed empatica, agli stessi. In particolare, secondo alcune interpretazioni della letteratura, le immagini mediali solleciterebbero l’attenzione degli spettatori verso i conflitti degli Altri, lontani geograficamente o culturalmente. Lo scopo di questo contribuito teorico è di sollecitare interrogativi in merito a tali meccanismi nel complesso ecosistema delle piattaforme online, considerate, a volte ingenuamente, come potenti inneschi per la partecipazione affettiva. Partendo dalle suggestioni classiche in merito al ruolo dei media nei conflitti implicate da approcci come il CNN Effect , si prenderanno in considerazioni le forme di sensible politics attivate dai meccanismi di visibilità delle piattaforme, considerando il conflitto in Ucraina come un laboratorio nel quale leggere scenari in divenire.

Ukraine’s conflict is helping to highlight the underlying logic of conflict representation and participation, including affective and empathic involvement. In particular, some interpretations in the literature suggest that media images would draw viewers’ attention to the conflicts of Others, whether geographically or culturally distant. This theoretical paper examines such mechanisms in the complex ecosystem of online platforms, which are sometimes naively perceived as powerful triggers for affective participation. Using classical approaches to understanding media’s role in conflicts, such as the CNN Effect, we will explore how visibility mechanisms activate sensible politics. In this way, the Ukrainian conflict is a laboratory for observing scenarios in the making.

Giustificare la guerra? Riflessioni sul conflitto in Ucraina

Il sostegno al governo ucraino nella guerra contro l’invasione russa è giustificato, nell’opinione pubblica italiana (ed europea), con l’esigenza difendere un popolo aggredito: si tracciano paralleli tra la situazione in Ucraina e la lotta partigiana al nazifascismo, e si insiste sul fatto che non è possibile costruire la pace senza ristabilire il diritto violato da parte del governo di Putin. In questo articolo si mette in evidenza che una simile giustificazione presenta due problemi che la rendono difficilmente accettabile. Il primo è il semplicismo: fondandosi su coppie concettuali grossolane (bene/male, aggressori/aggrediti), essa non permette di cogliere la complessità della situazione e, dunque, di proporre soluzioni efficaci. Il secondo è l’incoerenza tra il mezzo che si vuole utilizzare (la guerra) e l’obiettivo che si intende raggiungere (la difesa del popolo ucraino): un’incoerenza dovuta al fatto che la guerra – specie se protratta nel tempo e condotta con armi altamente distruttive – implica necessariamente per il popolo che la subisce un carico di morte e distruzione almeno paragonabile a quello di una dominazione straniera. In conclusione, l’articolo riflette sul dovere degli uomini e delle donne di studio, che non è quello di dichiarare giusta (o inevitabile, o santa) la guerra, ma quello di richiamare le classi dirigenti e le opinioni pubbliche dei paesi democratici alla necessità di far cessare la violenza, di rimettere la soluzione alle trattative e alla ragionevolezza, di provare a gettare ponti nonostante tutto.

La pace come utopia necessaria

L’aggressione russa all’Ucraina ha avuto, tra le altre conseguenze, quella di legittimare ancora una volta la guerra e, più in generale, lo strumento militare come mezzo chiave per la risoluzione delle crisi. L’inasprirsi del conflitto ha anche messo in evidenza come rimanga forte nella nostra cultura politica l’idea che pace significhi essenzialmente assenza di guerra. Ma la sola assenza di guerra rischia sempre di assomigliare a quella che Tacito mette in bocca al capo Caledone Calgaco: «dove fanno il deserto, la chiamano pace». Gli studiosi di pace hanno ben chiaro che la pace è un qualcosa di molto più ricco e articolato della mera assenza di guerra. Accanto a una “pace negativa”, caratterizzata da assenza di violenza fisica, troviamo così, grazie a una fortunata intuizione di Johan Galtung, l’idea più ampia di una “pace positiva”, fondata sull’assenza di violenza non solo fisica ma anche strutturale e culturale (1964). In questo articolo, ampliando la riflessione sulla “pace positiva”, riformuliamo il concetto di pace riallacciandoci all’idea di pace- shalom biblica, per concentrarci poi, in un’ottica sistemica, sulle interazioni fra mezzi e fini, fornendo delle esemplificazioni di quanto sostenuto.

Russia’s aggression against Ukraine has had, among other consequences, that of, once again, legitimizing war and, more generally, the military as the key instrument for conflict resolution. The escalation of the conflict has also highlighted how strong remains in our political culture the idea that peace essentially means the absence of war. But the idea of peace as mere absence of war strongly resembles what Tacitus puts in the mouth of the Caledonian leader Calgacus: “where they make desert, they call it peace.” In Peace Studies, peace is generally understood as being something much richer and more articulate than the mere absence of war. Alongside a “negative peace,” characterized by the absence of physical violence, we thus find, thanks to a fortunate insight of Johan Galtung, the broader idea of “positive peace”, based on the absence of not only physical but also structural and cultural violence (1964). In this article, expanding on the reflection on “positive peace,” we reformulate the concept of peace by reconnecting with the biblical idea of peace-shalom, and then we focus, from a systemic perspective, on the interactions between means and ends, providing exemplifications of what has been argued. 

A call for a security order in Europe based on collective security instead of balance of power

Due tipologie di costellazioni di sicurezza sono immaginabili tra le grandi potenze: il classico equilibrio di potere (realismo) o la cooperazione sotto forma di sicurezza collettiva (liberalismo). Questo articolo postula che quest ’ultima tipologia abbia maggiori possibilità di prevenire le guerre rispetto alla prima. Il caso di studio che viene sviluppato è il rapporto tra la Russia e l’Occidente dopo il 1989. L’Occidente non è riuscito a integrare su un piano di parità la Russia nell’architettura di sicurezza euro-atlantica dopo la Guerra Fredda. La NATO non solo è rimasta in vita: si è anche ampliata costantemente, con la promessa nel 2008 di includere la Georgia e l’Ucraina. Il risultato è stato il proseguimento del gioco degli equilibri di potere tra Russia e Occidente, conclusosi con lo scoppio della guerra in Ucraina: un esito prevedibile in via teorica e che, in realtà, era già stato previsto da esperti come George Kennan negli anni ’90 del secolo scorso.

Two kinds of security constellations are imaginable among great powers: the classic balance of power (Realism) or cooperation in the form of collective security (Liberalism). This article posits that the latter has more chances to prevent wars than the former. The case-study that is developed is the relationship between Russia and the West after 1989. The West failed to integrate Russia (on an equal footing) in the Euro-Atlantic security architecture after the Cold War. NATO did not only remain into existence; it also expanded on a regular basis, with the promise in 2008 to include Georgia and Ukraine. The result was the continuation of the balance of power game between Russia and the West, finally ending up with the war in Ukraine, something that could have been predicted on the basis of the theory, and that was actually predicted by experts like George Kennan already in the 1990s.

L’alleanza riluttante. La NATO e l’allargamento verso l’Europa orientale (1990–2008). Primi elementi per un’analisi fattuale

L’allargamento della NATO negli anni ’90 del XX secolo è derivato da molteplici ragioni, ma principalmente dalla forte volontà di alcuni paesi ex socialisti di tagliare in maniera irreversibile ogni legame con la Russia, prevedendo il rischio di un ritorno di quel paese ad ambizioni imperiali. Inoltre i negoziati per l’adesione alla NATO sono stati lo strumento che i paesi dell’est Europa hanno utilizzato per accelerare la loro inclusione nell’Unione Europea. Il conflitto nell’ex Jugoslavia ha offerto un nuovo compito all’Alleanza Atlantica, che dall’intervento armato in Bosnia si è reinventata come strumento di pacificazione, democratizzazione e difesa dei diritti umani in Europa e altrove. L’Unione Europea in realtà si è mossa lentamente e con un atteggiamento prudente, ma probabilmente le preoccupazioni di sicurezza sollevate dal conflitto in Bosnia hanno costretto l’Unione ad accelerare l’inclusione dei paesi dell’est, anche se all’inizio i leader europei miravano a includere solo alcuni paesi, vale a dire Polonia e gli altri membri del gruppo di Visegrad. Infine, quando l’Unione Europea nel 1997 ha deciso di aprire le porte a tutti i paesi dell’est, eccetto l’Ucraina, le riforme politiche ed economiche imposte ai paesi candidati hanno facilitato la loro adesione alla NATO, compresi i paesi baltici, contribuendo a rimuovere alcune questioni politiche, come la posizione delle minoranze all’interno dei nuovi stati democratici, che avrebbero potuto impedire la loro inclusione nella NATO.

The enlargement of NATO in the 1990s was driven by multiple reasons, but mainly by the strong desire of some former socialist countries to sever all ties with Russia, due to concerns about a potential resurgence of Russia’s imperial ambitions. Moreover, the negotiations for NATO accession served as a tool for Eastern European countries to expedite their inclusion into the European Union. The conflict in ex-Yugoslavia also presented a new task for the Atlantic Alliance, which, since its armed intervention in Bosnia, reinvented itself as an instrument for pacification, democratization, and the defense of human rights in Europe and elsewhere. The European Union initially proceeded slowly and cautiously, but the security concerns raised by the conflict in Bosnia likely forced the Union to accelerate the inclusion of Eastern countries. In the beginning, European leaders aimed to include only a few countries, such as Poland and the other members of the Visegrad Group. Finally, in 1997, when the European Union decided to open its doors to all Eastern countries, except Ukraine, the political and economic reforms imposed on the candidate states facilitated their accession to NATO, including the Baltic states. This helped to resolve some political issues, such as the position of minorities within the new democratic states, which could have hindered their inclusion into NATO.

La Pace positiva imperfetta: malintesi, ambivalenza verso la guerra, alternative nonviolente all’evento bellico russo-ucraino

Il paper intende ripensare la narrazione della pace e della guerra mettendo in luce alcuni travisamenti concettuali. La Pace positiva è ben insediata negli Studi per la Pace come uno stato originario ‘buono’ (della specie umana, della società) che è stato infranto, ma restaurabile attraverso la mitigazione/eliminazione dei fattori ‘negativi’ siano essi le disuguaglianze, la tecnologia disumanizzante, le istituzioni corrotte, le asimmetrie di potere. Come dire che il negativo/il male è un accidente della storia e, combattendolo con mezzi positivi (empatia, carità, welfare, empowerment, interdipendenza economica, accordi internazionali, ecc.), dovrà riunirsi al bene/il positivo: idea di pace e società future prive di conflitti. Tale versione imperfetta non ha considerato nel suo pieno significato la dialettica degli opposti finendo per ostracizzare le concezioni che sollevano perplessità sulla ‘bontà’ dell’essere umano. Le ha tradotte in aforismi pressoché solo intimidatori, diffondendo ambivalenza verso la guerra. La teoria contrattualistica (Hobbes) vuol dimostrare che allo Stato spetta il ruolo di mediatore e controllore delle tendenze egoistiche e distruttive dei singoli; per tal via si pone garante di accordi fra gli individui per una reciproca sicurezza (così propiziando l’idea di società civile). La socialità (Rousseau) è intesa come atto secondario, non naturale, inventata dall’essere umano per paura dell’altro e dell’ignoto, mosso da passioni in parte positive e in parte negative. In Vom Kriege (von Clausevitz) la guerra è una tragedia a cui porta un cattivo uso della politica: spiegarla nelle sue matrici e tecniche ha il fine di elaborare strategie per fare sia la guerra che la pace. Ripensati questi concetti cardinali e altri a cascata ( in primis quelli di conflitto e nonviolenza), il paper ne sperimenta la portata esplicativa procedendo a legare teoria e prassi in riferimento all’odierno evento bellico russo-ucraino.

This paper aims to rethink the narrative of peace and war by highlighting some underlying conceptual misrepresentations in Peace Studies. Positive Peace is well established in Peace Studies as an original ‘good’ state (of man, of society) which has been broken, but which can be restored through the mitigation/elimination of ‘negative’ factors be they inequalities, dehumanizing technology, corrupt institutions, asymmetries of power. As if to say that the negative/evil is an accident of history and, by fighting it with positive means (empathy, charity, welfare, empowerment, economic interdependence, international agreements, etc.), negative/evil will have to reconcile with the good/the positive: underlying idea of peace and. conflictfree future societies This imperfect version did not consider the dialectic of opposites in its full meaning, ending up ostracizing the conceptions that raise distinctions on the ‘goodness’ of man. It translated them into almost exclusively intimidating aphorisms, spreading ambivalence towards war. The contract theory (Hobbes) wants to demonstrate that the State has the role of mediator and controller of selfish and destructive tendencies of individuals; in this way it acts as guarantor of agreements between individuals for mutual security (propitiating the idea of civil society). Sociality (Rousseau) is understood as a secondary, non-natural act, invented by human beings out of fear of the other and of the unknown, moved by both good and negative passions. In Vom Kriege (von Clausewitz) war is a tragedy led by misuse of politics: explaining it in its matrices and techniques has the aim of developing strategies for making both war and peace. Having rethought these cardinal concepts, and other cascading ones (primarily conflict and nonviolence), the paper tests their explanatory impact linking theory and praxis in regard to today’s war between Russia and Ukraine. 

La guerra híbrida de Ucrania-Rusia: una visión holística desde las contradicciones

Questo contributo intende evidenziare gli impatti geopolitici e sociali che la guerra in Ucraina-Russia provocherà nel medio e lungo termine, in relazione alle molteplici crisi (energetiche, alimentari, ecc.) che la società mondiale sta affrontando. Dal punto di vista metodologico, si tratta di uno studio comparativo tra due modi di affrontare il capitalismo, da parte del blocco occidentale e di quello orientale. Inoltre, viene impiegato il metodo Transcend, che costituisce un modo di pensare dalla Peace Research attraverso un processo di diagnosi, prognosi e terapia, accompagnato da una rassegna bibliografica sugli eventi più recenti. I fatti indicano una crisi del capitalismo e lo sviluppo di scontri per mantenere l’egemonia degli Stati Uniti e dell’Europa contro altri attori come Cina, Russia e Arabia Saudita, tra gli altri, che sono interessati a un nuovo ordine mondiale in cui gli Stati Uniti cesseranno di essere la potenza egemonica. La guerra Ucraina-Russia è uno dei fattori tra le molteplici carte che vengono mescolate per rompere l’attuale assetto della globalizzazione. In conclusione, il contributo traccia il quadro della nuova articolazione mondiale, che probabilmente emergerà, in cui Stati Uniti e Cina si scontreranno nei prossimi anni per costruire un nuovo paradigma di sicurezza con i rispettivi satelliti. Polarizzando ancora di più le relazioni tra Stati Uniti e UE, da un lato, e Cina e Russia dall’altro, come estremi di conflitti futuri.

This article intends to point out the geopolitical and social impacts that the war in Ukraine-Russia will cause in the medium and long term, in relation to the multiple crises (energy, food, etc.), facing world society. The methodology is a comparative study between two ways of confronting capitalism from a Western and an Eastern bloc. In addition, we use the Transcend Method, which constitutes a way of thinking from Research for Peace perspective through a process of diagnosis, prognosis and therapy, accompanied by a bibliographic review of the latest events. The facts point to a crisis of capitalism and the provocation of confrontations to maintain its hegemony against other actors such as China, Russia, Saudi Arabia, and others, who are interested in a new world order in which the US ceases to be hegemonic. The Ukraine-Russia war is one factor in the multiple cards that are being shuffled to break globalization. The conclusion points to a new world order that will emerge as a more plausible one in which the US and China will clash in the coming years to build a new security paradigm with their respective satellites. This will further polarize relations between the US and the EU on the one hand, and China and Russia on the other, as extremes of future conflicts.