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Parlo cinese, sono toscano, studio l’inglese. Il diritto al plurilinguismo nelle scuole multietniche

Dopo una riflessione sul significato sociale, culturale e politico che il plurilinguismo assume oggi, nel contesto italiano e in quello europeo, e sulla necessità di garantire il diritto al plurilinguismo agli alunni delle classi multietniche, anche alla luce dei recenti flussi migratori, l’articolo presenta i risultati di una sperimentazione didattica, ancora in corso, finalizzata a valutare la validità di un insegnamento plurilingue in contesti scolastici di superdiversità linguistica e culturale. L’approccio utilizzato, basato su tecniche dialogiche, mira sia ad arricchire il repertorio linguistico degli alunni e a rendere più efficace la valutazione delle loro competenze linguistiche e comunicative, attraverso test plurilingui, sia a dare visibilità riconosciuta a tutte le lingue presenti in classe e a facilitare la comunicazione interculturale.

After reflection on the social, cultural and political meanings that plurilingualism assumes today, in the European and national contexts, and on the various ways of realising the right to plurilingualism, also in the light of the recent migratory flow, the article presents the results of a didactic experimentation still in progress, the aim of which is to assess the validity of adopting in multi-ethnic classes plurilingual teaching, based on dialogical techniques, aimed at enriching students’ linguistic repertoire, making more effective the assessment of their linguistic and communicative competence, through plurilingual tests, facilitating intercultural communication and giving visibility to all the languages present in the class.

Agricoltura familiare e agribusiness nel neo-strutturalismo argentino. Attori, politiche pubbliche e modelli di sviluppo

Il mondo rurale sta vivendo processi di cambiamento globale, dovuti alle nuove forme di capitalismo agrario. La nuova agenda per lo sviluppo in America Latina presenta l’articolazione di vecchie e nuove istanze, che danno luogo a nuovi conflitti. Dal neo-strutturalismo , come corrente del pensiero socioeconomico, si potrebbe iniziare un percorso per analizzare la politica di agricoltura familiare sotto diversi aspetti: il ruolo dello Stato, i modelli di sviluppo agrario, il ruolo del mercato, nel quale i diversi attori si incrocerebbero in una arena politica attraversata da dibattiti e ridefinizioni. La chiave di lettura proposta è quella di analizzare il caso dell’Argentina, non tanto come esempio ma come caso specifico, che si sviluppa tuttavia in un quadro e in un linguaggio dello sviluppo che interpella tutta l’America Latina, riconoscendo i nuovi processi di inclusione, così come la continuità delle logiche di esclusione e di subalternizzazione.

The rural world is currently undergoing processes of global change driven by new forms of agrarian capitalism. The new development agenda for Latin America presents an articulation of both old and new demands, which give rise to fresh conflicts. Neo-structuralism, as a current of socio-economic thought, could serve as a starting point to analyse family farming policy from various perspectives: the role of the State, models of agrarian development, and the role of the market, where different actors intersect in a political arena shaped by debates and redefinitions. The proposed analytical approach focuses on the case of Argentina—not so much as an exemplar, but as a specific case study. Nevertheless, this case unfolds within a framework and a discourse of development that challenge Latin America as a whole, recognising new processes of inclusion alongside the continuity of logics of exclusion and subalternisation.

Economic Inequality and Conflicts: An Overview

Questo articolo ricostruisce i principali punti del dibattito accademico sulla relazione tra disuguaglianza economica e conflitti. Dopo aver chiarito cosa si intende con l’espressione “disuguaglianza economica”, l’autore richiama il modo con cui questa viene misurata e riferisce alcuni dati fondamentali in materia di reddito e distribuzione diseguale della ricchezza nei e tra i paesi, su scala globale, offrendo alcune possibili spiegazioni. Viene poi affrontata la questione centrale dell’articolo, ovvero la correlazione tra disuguaglianza economica e conflitti. In particolare, si esamina il possibile nesso tra disuguaglianze economiche nei paesi e conflitti interni, in connessione col ruolo svolto dal capitale sociale che può essere minacciato dalla disuguaglianza economica. In conclusione, l’autore analizza la correlazione tra disuguaglianze tra paesi e conflitti esterni o internazionali, inclusi i conflitti collegati con il fenomeno, oggi particolarmente rilevante, delle migrazioni.

This article reviews the main points of the academic debate relative to the relationship between economic inequality and conflicts. After clarifying what is meant with the expression ‘economic inequality’, I recall how it is measured and report the basic facts on income and wealth inequality within countries, across and between countries and at the global level and provide the possible explanations for them. I then discuss the main question posed by this article, namely the correlation between economic inequality and conflicts. The possible correlation existing between within countries inequality and internal conflicts is also examined, together with the role played by social capital, that can be undermined by economic inequality. Finally, the correlation between cross-country inequality and external (or international) conflicts is analyzed, one of the most relevant of which today is represented by migrations.

Income Inequality, Equity and State Terror, 1976-2016

La questione del nesso tra disuguaglianza e violenza politica è oggetto di un acceso dibattito. Mentre alcuni studiosi suggeriscono che la disuguaglianza generi una violenza basata sul risentimento (grievance-based violence), altri ritengono che l’elemento cruciale sia l’opportunità di dissentire. Piuttosto che focalizzarci sulla violenza armata su vasta scala, che rappresenta un fenomeno raro, utilizziamo la repressione politica – o violenza unilaterale – per verificare le ipotesi sul ruolo della disuguaglianza nel nesso dissenso-repressione. Impiegando diverse misure della disuguaglianza patrimoniale e dell’equità, intesa quest’ultima come parità di accesso al potere politico e ai beni pubblici, i nostri risultati mostrano che sia la disuguaglianza sia l’equità sono fattori rilevanti nel profetizzare la repressione politica. Tuttavia, gli effetti sostantivi dell’equità sono di gran lunga superiori a quelli della disuguaglianza di reddito. Riscontriamo solo effetti sostantivi minimi della disuguaglianza orizzontale – misurata in termini di esclusione etnica e discriminazione – sulla repressione statale; tali effetti, sorprendentemente, risultano condizionati positivamente dalla solidità democratica. Queste evidenze sollevano interrogativi sulla disuguaglianza orizzontale e sulle ribellioni basate sul risentimento, poiché il rafforzamento della democrazia dovrebbe tradursi in una minore repressione del dissenso motivato da tali rivendicazioni. I risultati si dimostrano robusti rispetto all’inclusione di diverse variabili di controllo rilevanti, a specificazioni alternative, al metodo di stima e alle variabili dipendenti utilizzate per misurare la repressione.

The question of inequality and political violence is hotly debated. While some suggest that inequality leads to grievance-based violence, others suggest opportunity to dissent is what matters. Rather than large armed violence that is rare, we use political repression, or one-sided violence, to test propositions about inequality´s role in the dissent-repression nexus. Using several measures of property inequality and equity, defined as equal access to political power and public goods, we find that inequality and equity matter for predicting political repression. The substantive effects of equity, however, are far greater than that of income inequality. We find only very small substantive effects of horizontal inequality measured as ethnic exclusion and discrimination on state repression, and these effects surprisingly are conditioned positively by strong democracy. These findings raise questions about horizontal inequality and grievance-based rebellion because increasing democracy should allow less repression of grievancebased dissent. The results are robust to the inclusion of several relevant controls, alternative specifications, estimating method, and dependent variables measuring repression.

Oltre il miraggio della polis. Istituzioni e cittadinanza nell’Atene democratica

Si cercherà di mostrare come la democrazia ateniese fosse sostenuta da un sistema politico altamente istituzionalizzato che si realizzò tramite l’estensione della partecipazione e l’elaborazione di procedure del confronto pubblico in grado di equilibrare la potenzialità della decisione collettiva e l’originalità della proposta individuale. Quest’opera di bilanciamento si fondava su un discorso politico innervato e arricchito dall’impiego istituzionale della retorica. Caduta ad Atene nel 322 a.C., ancora verso la fine del 1700 la democrazia greca non era considerata un esempio edificante di costituzione. Più recentemente, di fronte alle ricorrenti crisi di rappresentatività politica, si è tornati a invocare il valore della sua caratteristica di governo diretto e radicale. Tuttavia, per liberare l’origine della democrazia dall’aura del miraggio e comprenderne l’eredità, è forse possibile tracciare un filo rosso tra il senso della cittadinanza democratica in Grecia e la nascita dell’opinione pubblica tra ‘600 e ‘700, là dove Habermas colloca il risveglio dei principi democratici in epoca moderna e individua il fondamento linguistico di una cittadinanza post-convenzionale.

This study aims to demonstrate how Athenian democracy was sustained by a highly institutionalised political system. This was achieved through the expansion of participation and the development of public debate procedures capable of balancing the potential of collective decision-making with the originality of individual proposals. This balancing act was grounded in a political discourse underpinned and enriched by the institutional employment of rhetoric. Following its fall in Athens in 322 BC, Greek democracy was still not considered an edifying example of a constitution towards the end of the eighteenth century. More recently, in the face of recurring crises of political representation, scholars and commentators have once again invoked the value of its character as a direct and radical government. However, to free the origins of democracy from the aura of a mirage and to grasp its legacy, it is perhaps possible to trace a fil rouge between the meaning of democratic citizenship in Greece and the emergence of the public sphere between the seventeenth and eighteenth centuries—precisely where Habermas locates the revival of democratic principles in the modern era and identifies the linguistic foundation of a post-conventional citizenship.

James Dingley, The IRA: The Irish Republican Army, Praeger, Santa Barbara, Ca, 2012

The IRA: The Irish Republican Army è un libro interessante, tenta un’analisi sociologica oltre che storica e politica del gruppo terrorista che probabilmente ha guidato il mondo nel terrorismo moderno. Ciò, naturalmente, può causare alcune polemiche proprio perché tenta di analizzare piuttosto che fornire un resoconto narrativo dell’IRA. Come tale suggerisce uno stile leggermente più antico di quello che i postmodernisti o accademici politicamente corretti apprezzerebbero e certamente lo colloca nel campo “revisionista” degli studi irlandesi che cerca di analizzare criticamente il movimento applicando un metodo scientifico, in alternativa agli anti-revisionisti che si oppongono agli studi irlandesi “scientifici” e cercano di mantenere la tradizionale narrativa nazionalista (Brady 1995; Boyce & O’Day 1996). […]

Jean Jaurès all’alba della Grande Guerra. Speranza e utopia di una politica estera e di difesa improntata alla pace

Il vibrante appello contro la guerra di Jean Jaurès costituisce non solo l’eredità politica che il padre della Section Française de l’International Ouvrière lascia ai socialisti, ma anche un fremente messaggio rotto dal precipitare degli eventi. “L’Armèe Nouvelle”, la vigorosa opposizione della SFIO alla “loi de trois ans”, la riflessione sulle guerre balcaniche, sulla diplomazia, sull’imperialismo colonialista, sull’Internazionale: il ruolo del deputato di Tarn unisce nell’analisi delle vicende storiche la democrazia francese al pensiero al movimento socialista. A un secolo dallo scoppio della Grande Guerra e dall’omicidio del fondatore della SFIO, la Fondation Jean Jaurès ha raccolto riflessioni che consentono una disamina ampia del suo pensiero. Liberté ed égalité poggiano sul patriottismo repubblicano della défense nationale o su un più laborioso ordine internazionale improntato al disarmo? Il saggio intende far luce sugli elementi della democrazia repubblicana francese rievocati dalle riflessioni di Jaurès, individuando i fatti storici prodotti dalla mobilitazione del padre della SFIO. La rappresentazione fornita da Jaurès circa le dinamiche dei conflitti, infine, comprende suggestioni funzionali alla politica estera del nostro tempo o va chiusa in toto nel contesto della crisi che prepara la Guerra Mondiale?

Jean Jaurès’s vibrant appeal against war constitutes not only the political legacy that the father of the Section Française de l’Internationale Ouvrière left to socialists, but also a fervent message disrupted by the rush of events. “L’Armée Nouvelle”, the vigorous opposition of the SFIO to the “loi des trois ans”, and reflections on the Balkan wars, diplomacy, colonialist imperialism, and the International: the role of the deputy from Tarn bridges French democracy with socialist thought and movement in the analysis of historical events. A century after the outbreak of the Great War and the assassination of the SFIO’s founder, the Fondation Jean Jaurès has gathered reflections that allow for a comprehensive examination of his thought. Do liberté and égalité rest upon the republican patriotism of défense nationale, or upon a more painstaking international order grounded in disarmament? This saggio aims to shed light on the elements of French republican democracy evoked by Jaurès’s reflections, identifying the historical facts generated by the mobilisation of the SFIO’s father. Finally, does the representation provided by Jaurès regarding conflict dynamics encompass insights applicable to contemporary foreign policy, or must it be entirely confined within the context of the crisis that paved the way for the First World War?

Armi chimiche libiche: storia e problemi attuali

Ad aggravare la percezione della gravità degli scontri in corso in Libia fra vari contendenti, di recente sono apparse nella stampa internazionale e nazionale notizie relative all’impiego in azioni belliche o attacchi terroristici di armi chimiche (in particolare iprite) dell’arsenale militare della Libia stessa. Per comprendere quanto queste illazioni possano essere realistiche e per poter stimare la possibilità, pure ventilata da alcune parti, che armi chimiche libiche possano cadere nelle mani di militanti del Daesh (ISIL), può essere utile ricostruire gli eventi principali relativi all’armamento chimico libico e al suo processo di disarmo. La Libia sotto il governo del colonnello Moammar al-Gheddafi produsse e acquisì una significativa quantità di agenti chimici e di sistemi d’arma per il loro impiego, ma, nell’autunno 2003 si impegnò con i governi inglese e americano a interrompere i suoi piani per armi non convenzionali e a eliminare quanto già prodotto. A seguito di tale accordo, nel gennaio 2004 aderì alla Convenzione per la proibizione dello sviluppo, produzione, immagazzinamento e uso di armi chimiche e per la loro distruzione (CWC), procedendo alle operazioni disarmo sotto il controllo dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW). […]

Developing an intercultural value-based dialogue

La coesistenza e l’inclusione pacifica non dipendono esclusivamente dalla disponibilità di beni e sistemi di welfare, ma principalmente da valori culturali condivisi. Per costruire valori condivisi, proponiamo un nuovo concetto, il degno (“the worthy”), come fattore di attrazione del valore. Un dialogo basato sul valore inizia dal far parlare tra loro tutti i “degni” (” worthies” ) in modo che ogni attore possa entrare nel punto di vista degli altri per ottenere, in seguito, una condivisione di valori. Partendo dai degni, delineiamo il percorso di un modello integrativo innovativo: salvaguardare alcune caratteristiche della “diversità” (multiculturalismo) e costruire alcune “somiglianze” (interculturalità). Grazie a queste somiglianze / differenze, sia i migranti, sia i gruppi etnici e autoctoni assorbono qualcosa delle credenze e dei valori degli altri e allo stesso tempo acquisiscono consapevolezza sulla complementarietà e interdipendenza con gli altri, il nucleo di una mente di diversità e l’esigenza di gestire i conflitti. In questo modo, ogni attore abbraccia una rete sempre più ampia (legando i legami) senza perdere la propria identità e appartenenza. Infine, questo documento suggerisce modi operativi che coinvolgono, come cambia-gioco di una società “fattibile”, servizi scolastici e sociali da una parte, e entità locali, politiche e la società civile, dall’altra parte (democrazia deliberativa).