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Per una critica di alcune retoriche belliciste

Il saggio analizza il ruolo degli intellettuali nella diffusione di una cultura violenta e nella normalizzazione della guerra nella società contemporanea. Si concentra, in particolare, sugli studiosi che giustificano l’uso internazionale della forza in nome dei diritti umani e della tutela dei civili. Il saggio mette in dubbio che si possano ottenere scopi positivi (come la pace, la diffusione della democrazia o la garanzia dei diritti umani) utilizzando mezzi che entrano in contrasto con quegli stessi scopi. È almeno improbabile, infatti, che si possano instaurare forme di vita libere e partecipate laddove queste vengono imposte con la violenza armata. La retorica della “guerra umanitaria” tende a descrivere il nemico come assoluto, irragionevole e irredimibile; degno quindi di essere condannato all’annientamento morale prima e fisico poi. Una simile retorica, però, nasconde spesso interessi politici ed economici, mentre le sbandierate ragioni umanitarie rischiano di funzionare come una facciata, utile più a convincere l’opinione pubblica, che a produrre una società equa e pacifica.

This paper analyses the role of intellectuals in the diffusion of the culture of violence that is spreading through contemporary society. It deals with thinkers who justify military intervention in order to protect human rights and civilians. The paper calls into question that positive goals (such as peace, democracy and human rights) could be achieved by using means which contradict and jeopardize those goals. It’s unlikely that free and democratic ways of live could flourish if they are imposed by armed violence. The rhetoric of “humanitarian wars” often describes its enemy as absolute, irrational and violent as possible, worthy of being blamed and sentenced to be destroyed ethically and, then, physically. Such a rhetoric is often moved by political or economic interests: “values” risk therefore to be a strategy to move public opinion, rather than a piece for building a fair and peaceful society.

To kill or not to kill? Do autonomous weapons respect IHL when taking life and death decisions over humans?

Ogni anno, un gruppo di esperti di tecnologie emergenti si riunisce a Ginevra, per discutere degli ultimi sviluppi nel campo delle armi autonome. La peculiarità di tali armamenti è che, non solo sono in grado di spostarsi senza la necessità di essere pilotati da remoto, ma anche che possono identificare ed attaccare degli obiettivi, senza bisogno di ricevere alcun’autorizzazione da parte di un operatore umano. Chiaramente, il fatto che dei robot possano prendere autonomamente decisioni di vita o di morte su degli esseri umani pone una serie di interrogativi, relativi soprattutto alla loro compatibilità con il Diritto Internazionale Umanitario. Difatti, le norme in questione impongono di effettuare una lunga serie di valutazioni, basate su fattori mutevoli, che appaiono troppo complesse per essere effettuate da delle macchine. D’altro canto, alcune delle caratteristiche distintive delle armi autonome le rendono lo strumento più efficace per minimizzare le probabilità di causare danni collaterali. Da tali contraddizioni è scaturito un acceso dibattito, ancora in corso, circa la possibilità di bandire l’utilizzo dei suddetti armamenti. Il presente studio si propone di identificare, dal punto di vista del diritto umanitario, i principali problemi connessi con l’utilizzo delle armi autonome, analizzando anche la fattibilità di eventuali soluzioni.

Since 2016, a Group of Governmental Experts on emerging technologies have been meeting in Geneva, to discuss the latest developments in the field of autonomous weapons. The peculiarity of these armaments is that not only they move around, without the assistance of a remote pilot, but that they can identify targets and even engage them, using lethal force, without the need to receive inputs, nor authorisations, from human operators. The possibility that machines take alone life and death decisions over humans raises several concerns, related in particular to their capacity to abide by International Humanitarian Law (IHL). Indeed, the application of IHL norms entails the ability to carry out complex evaluations, based on shifting factors, that appear too complex for robots, considering current technological advancements. Nevertheless, on the other hand, some characteristics of autonomous weapons make them the best option to minimise collateral damages. These contradictions originated a heated debate, which is still ongoing, regarding the advisability of a ban on autonomous weapons. This study aims at identifying the core issues linked with the employment of autonomous weapons, from an IHL perspective and at analysing the feasibility of possible solutions.

Fundamental rights of migrants in the light of the Brazilian legal system and the trend to the security paradigm in the European Union and the United States

Il saggio affronta il rapporto tra flussi migratori e l’attuale convergenza di paura e lotta contro la “minaccia esterna” delle migrazioni, analizzandone le conseguenze sul dibattito pubblico e sulle politiche in materia di diritti e libertà degli stranieri. Viene analizzato il trattamento riservato ai migranti in Brasile nel corso della storia, in parallelo con la riduzione della concentrazione demografica e con l’asimmetria tra i flussi migratori in ingresso e i brasiliani che vivono all’estero. La regolazione interna si è sviluppata parallelamente alle principali fonti internazionali di legislazione sui migranti, finché il modello non è cambiato passando dalla sicurezza alla solidarietà. Con un voto storico e unanime, è stata approvata la nuova legge in materia di immigrazione, la quale, invece di essere finalizzata al controllo si concentra sull’accoglienza e l’inclusione sociale degli stranieri. Il governo ha assunto una posizione più difensiva in sede di adozione di un decreto per l’implementazione della norma. Gli effetti di questo contrasto sono arrivati fino agli organi giudiziari, tra cui alcuni casi trattenuti dalla Corte Suprema Federale. Un breve confronto finale con i due maggiori sistemi legali occidentali, quello statunitense e quello dell’Unione Europea, mostra alcuni significativi cambiamenti avvenuti in Brasile all’interno dello stato democratico di diritto.

Contemporary migratory flows take place within a conjuncture of fear and fight against human mobility seen as “external threat”: this view generally guides public debates and policies on individual rights and freedom of migrants. This paper addresses the legal treatment of migrants in Brazil in historical perspective, showing a reduction in the population concentration and an imbalance between newcomers and Brazilians living abroad. The national regulation of migration flows, inspired by the main international sources of migrants’ rights, has recently gone through a paradigm shift from security to solidarity. In a historic and unanimous vote, the new Migration Law has been approved, which instead of stressing exclusively the importance of border controls began to focus on welcoming foreigners. The executive branch’s defensive reaction was automatic, with the issue of a decree regulating the law. The effects of this tension have invested the Judiciary, including some cases considered by the Supreme Federal Court. At the end, a brief comparison is made with the two main Western legal systems on immigration, in the United States and the European Union: the Brazilian trajectory shows some significant transformations experienced by the Constitutional State.

Comunità monitoranti e trasparenza amministrativa. Un’occasione per la resistenza collettiva alla corruzione?

L’articolo si propone di analizzare il fenomeno della corruzione sotto vari aspetti. Dopo aver differenziato la corruzione dalla mal amministrazione, se ne definiscono le cause principali, economiche e socio-culturali; se ne indagano gli effetti principali, a partire dall’ambito economico, democratico e sanitario; si discutono le possibili e più efficaci politiche anti-corruzione, tenendo conto che la corruzione ha conseguenze dannose per la società nel suo complesso. Nell’analisi delle politiche di contrasto, si presentano alcuni esempi di segno alternativo: Singapore, che attua una politica autoritaria, la Finlandia, che invece basa il suo approccio sulla partecipazione popolare e la diffusione di una cultura della legalità e della responsabilità individuale. L’approccio partecipativo richiede anche, come premessa, la trasparenza amministrativa ossia il diritto dei cittadini ad avere accesso a pubblici documenti. La normativa italiana viene ricostruita e valutata in questo quadro, mettendo l’accento sull’importanza della società civile e della cittadinanza. Il crescente impegno delle cittadine e dei cittadini contro la corruzione è segno di una forte volontà di cambiamento, ma richiede di concretizzarsi in progetti concreti. Importante, in questo senso, l’introduzione delle cosiddette “comunità monitoranti”, che agiscono soprattutto nel controllo del corretto utilizzo e sviluppo dei beni confiscati alla criminalità organizzata, come all’interno del progetto “Confiscati Bene”. L’implementazione delle norme, in stretta connessione con un rinnovato senso civico ispirato al rispetto delle leggi e alla responsabilità sociale, è presentata in conclusione come la più promettente strategia disponibile contro il sistema della corruzione.

The aim of this paper is to analyse the phenomenon of corruption in several ways. It distinguishes corruption from bad administration; it defines its main economical and social-cultural causes: it explores its main consequences on society, especially in economy, democracy and health. The paper takes as an example two different kinds of public policies with the same purpose to eradicate corruption: Singapore, pursuing an authoritarian policy, and Finland, basing its approach against corruption on popular participation and the spread of legality and individual responsibility. The participatory approach demands growing administrative transparency, giving the right to citizens to access public documents. Italian legislation against corruption will be addressed against this background. The increasing involvement of citizenship is a sign of a strong determination to eliminate corruption from the political system. What’s important is the introduction of monitoring communities that mainly operate controlling the correct use and development of assets confiscated from criminal organisations (for example, within the project “Confiscati Bene”). The growth of the means to defeat this phenomenon and the diffusion of a new civic sense, that is inspired by the rules and individual responsibility will be presented in conclusion as the most efficient way to combat the corruption system.

Existential inequality and women’s empowerment in selected Muslim-majority countries: preliminary considerations

Questo saggio esamina lo stato dell’arte in materia di disuguaglianza di genere e i processi di cambiamento che conducono a una potenziale emancipazione (empowerment) in una selezione di paesi a maggioranza musulmana. Il lavoro adotta il quadro teorico della disuguaglianza esistenziale del sociologo Göran Therborn, integrato dall’approccio delle capacità (capability approach) di Amartya Sen e Martha Nussbaum. L’obiettivo principale del contributo è metterne in luce la costante, sebbene lenta, emancipazione delle donne musulmane nel contesto di avversità strutturali di natura sociale, evidenziando al contempo le diversità nelle loro disuguaglianze esistenziali in quei paesi a maggioranza musulmana dove le narrazioni sul mondo femminile vengono spesso ridotte a generalizzazioni non verificate e stereotipi. Lo scopo di fondo del saggio è generare dibattito e promuovere ulteriori indagini empiriche sul tema della disuguaglianza/uguaglianza di genere e della giustizia di genere nei paesi a maggioranza musulmana.

This paper surveys the state of the play with regard to women’s inequality and the processes of changes leading to potential empowerment in selected Muslim majority countries. This paper uses the framework of sociologist Goran Therborn’s existential inequality, which is complimented by the capability approaches of Amartya Sen and Martha Nussbaum. The main objective of the paper is to bring to light the steady, albeit tardy, empowerment of Muslim women amidst social structural adversities and to highlight diversities in women’s existential inequalities in the selected Muslim majority countries where the narratives of women are often reduced to unverified generalizations and stereotypes. The underlying purpose of the paper is to generate debates and promote further evidence-based investigations on the subject of gender inequality / equality, and gender justice in the Muslim majority countries.

Is the systemic rise in income inequality likely to reverse and, if so, for which reasons?

Recenti contributi scientifici hanno associato il forte incremento della disuguaglianza di reddito, registrato in molte economie avanzate a partire dalla metà degli anni Settanta, a un processo di internazionalizzazione guidato prevalentemente dalle forze di mercato; tale dinamica, da un lato, esercita una pressione al ribasso sui salari dei lavoratori a bassa qualifica e, dall’altro, spinge verso l’alto i compensi dei dirigenti d’azienda (CEO). Questa internazionalizzazione guidata dal mercato è alimentata dal settore finanziario, il quale agevola le operazioni di fusione e acquisizione su scala globale. L’indebitamento di imprese, paesi e famiglie, indotto proprio da tali mediazioni del comparto finanziario, ha inaugurato un’era caratterizzata da ricorrenti crisi finanziarie. La crisi finanziaria globale (GFC) del 2008 ha alterato questo fenomeno? La finanziarizzazione rappresenta l’unico fattore alla base di questa persistente crescita della disuguaglianza? Per quale motivo tale questione non occupa uno spazio più predominante nei dibattiti politici nazionali? La molteplicità di fattori che alimentano la disuguaglianza di reddito contribuisce a offuscare i danni che ne conseguono, in una fase storica in cui una società più egualitaria appare quanto mai necessaria per una transizione efficace verso modelli di sviluppo che siano ecologicamente sostenibili.

Recent works have linked the big increase in income inequality in many developed economies since the mid 70s with a mainly market led internationalization, which, on one side puts a downwards pressure on the wages of low qualified workers and on the other side pushed upwards the wages of CEOs. This market led internationalization is fueled by a finance sector, facilitating mergers and acquisitions across the world. The endebtment of firms, countries and households thus induced by these mediations of the finance sector, opened an era of financial crises. Has the 2008 global financial crisis (GFC) altered this phenomena? Is financialization the only factor of this lasting rise in inequality? Why is this issue not more predominant in national political debates? The many factors fueling income inequality contribute to obfuscate the ensuing damages, at a time when a more egalitarian society seems necessary for a successful transition to environmentally sustainable modes of development.

Inequality and intergenerational mobility: a vicious circle?

One of the most negative consequences that economic inequality can have is to curb intergenerational mobility, that is, to make the fate of individuals more dependent on the economic conditions of the family of origin. In this work, based on empirical evidence, it is argued that in our age inequality affects intergenerational mobility through multiple channels, not just the human capital to which reference is more often made in literature. Furthermore, we highlight some reasons why, depending also on these mechanisms, it is possible that a vicious circle is established between inequality and intergenerational immobility

Una delle conseguenze più negative che la disuguaglianza economica può produrre consiste nel frenare la mobilità intergenerazionale, vale a dire nel rendere il destino dei singoli individui maggiormente dipendente dalle condizioni economiche della famiglia d’origine. Nel presente lavoro, sulla scorta dell’evidenza empirica, si sostiene che nell’epoca contemporanea la disuguaglianza influenzi la mobilità intergenerazionale attraverso molteplici canali, e non soltanto tramite il capitale umano, a cui più spesso si fa riferimento in letteratura. Inoltre, vengono poste in luce alcune ragioni per le quali, anche in virtù di tali meccanismi, è possibile che si instauri un circolo vizioso tra disuguaglianza e immobilità intergenerazionale.

Il sistema italiano d’accoglienza: politiche emergenziali, inefficienze e malaffare

La morte della giovane ivoriana nel centro di accoglienza di Cona in provincia di Venezia e del 38enne somalo nell’incendio del mobilificio abbandonato a Sesto Fiorentino, avvenute nei primi giorni del 2017, hanno riportato al centro dell’attenzione mediatica e del dibattito politico la questione dei migranti e dell’accoglienza. Cerchiamo di ricostruire il percorso, individuare le tipologie di strutture e focalizzare le normative a cui vanno incontro i migranti una volta sbarcati nel nostro paese. Il sistema di accoglienza, attualmente in vigore, è regolamentato dalla cosiddetta Road map italiana emessa dal Ministero degli Interni il 28 settembre 2015 ed è strutturato su 3 livelli, suddivisi in Prima e Seconda accoglienza, con strutture e funzioni di diversa tipologia.