Il saggio analizza il ruolo degli intellettuali nella diffusione di una cultura violenta e nella normalizzazione della guerra nella società contemporanea. Si concentra, in particolare, sugli studiosi che giustificano l’uso internazionale della forza in nome dei diritti umani e della tutela dei civili. Il saggio mette in dubbio che si possano ottenere scopi positivi (come la pace, la diffusione della democrazia o la garanzia dei diritti umani) utilizzando mezzi che entrano in contrasto con quegli stessi scopi. È almeno improbabile, infatti, che si possano instaurare forme di vita libere e partecipate laddove queste vengono imposte con la violenza armata. La retorica della “guerra umanitaria” tende a descrivere il nemico come assoluto, irragionevole e irredimibile; degno quindi di essere condannato all’annientamento morale prima e fisico poi. Una simile retorica, però, nasconde spesso interessi politici ed economici, mentre le sbandierate ragioni umanitarie rischiano di funzionare come una facciata, utile più a convincere l’opinione pubblica, che a produrre una società equa e pacifica.
This paper analyses the role of intellectuals in the diffusion of the culture of violence that is spreading through contemporary society. It deals with thinkers who justify military intervention in order to protect human rights and civilians. The paper calls into question that positive goals (such as peace, democracy and human rights) could be achieved by using means which contradict and jeopardize those goals. It’s unlikely that free and democratic ways of live could flourish if they are imposed by armed violence. The rhetoric of “humanitarian wars” often describes its enemy as absolute, irrational and violent as possible, worthy of being blamed and sentenced to be destroyed ethically and, then, physically. Such a rhetoric is often moved by political or economic interests: “values” risk therefore to be a strategy to move public opinion, rather than a piece for building a fair and peaceful society.


