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Un modello neo-schiavistico d’inclusione dei migranti

Nel corso degli ultimi due decenni, la produzione di migranti “irregolari” si è affermata gradualmente come asse portante del nostro sistema sociale, così come il circolo irregolarità- sanatorie è assurto a perno tanto delle logiche della legittimazione politica, quanto di quelle del mercato (Santoro, 2006). Sul primo versante, la repressione dei migranti diventa una delle principali arene politiche in cui si contendono i voti degli elettori; sul secondo versante, la condizione di illegalità dei migranti favorisce il loro impiego con una remunerazione irrisoria e consente non solo la sopravvivenza di imprese che non potrebbero permettersi di retribuire regolarmente i loro lavoratori, ma soddisfa anche bisogni primari delle famiglie italiane, a cui il welfare state non è assolutamente in grado di rispondere. In parallelo, si è diffuso una sorta di razzismo economicistico strisciante che, partendo dalla visione dei migranti come “risorse” indispensabili per il sistema produttivo di beni e servizi e, allo stesso tempo, soggetti esclusi dai circuiti assistenziali e previdenziali, ha impercettibilmente condotto alla creazione di un modello di inclusione sociale neo- schiavistico. […]

Le discriminazioni razziali come norma

Oltre il senso comune: il sistema delle discriminazioni razziali. I discorsi e le pratiche comuni di lotta contro le discriminazioni risentono di una specifica cultura giuridica, quella liberal-democratica, articolata su determinati presupposti: la neutralità della legge e del sistema giudiziario, l’universalismo dei diritti, la legittimazione delle norme attraverso procedure, un’idea di persona relativamente astratta rispetto ai rapporti di forza vigenti nelle istituzioni, sui mercati, nelle sfere pubbliche, nelle interazioni quotidiane. In questo quadro le discriminazioni in genere, e quelle razziali in particolare, appaiono come deprecabili e quasi inspiegabili eccezioni alla regola, di cui le vittime possono e devono essere risarcite per via giurisdizionale. La maggior parte degli operatori del diritto, ma anche dei sinceri democratici che difendono i diritti dei migranti e delle minoranze, tende così a rifiutare l’idea che il razzismo possa essere “parte della struttura delle nostre istituzioni legali” (Harris, 2001), che “il razzismo sia la norma e non un’aberrazione” (Delgado, Stefancic, 2001), o che il diritto antidiscriminatorio delle cosiddette “azioni positive” sia, nel migliore dei casi, limitato rispetto all’effettiva profondità del problema. […]

Haiti: la montagna dopo la montagna

Un proverbio creolo dice: “dietro una montagna c’è un’altra montagna”. Negli ultimi anni Haiti è passata da una tragedia all’altra, in una spirale di povertà, violenza e disperazione. Per la maggioranza degli Haitiani è stata una scalata infinita di mille montagne. Il terribile terremoto del 12 gennaio è solo l’ultima di queste montagne. La missione di noi “operatori umanitari” è quella di rendersi inutili: di lavorare per fare sì che il nostro lavoro non sia più necessario. È questo che dovremmo sempre tenere a mente fin dal primo giorno della nostra missione in un paese straniero. La mia speranza quando ho lasciato Haiti, nel dicembre del 2006, era di vedere il paese riprendere in mano il proprio destino eliminando gradualmente la necessità della presenza di aiuti umanitari. Il terremoto che ha colpito Haiti è una terribile tragedia che cancella, almeno nell’immediato, questa speranza. […]

Le arance non cadono dal cielo – e neanche la pace

I mandarini, le olive, le arance non cadono dal cielo. Sono delle mani che li raccolgono. Lo hanno ricordato con dignità e orgoglio, nel loro appello al governo italiano, i lavoratori africani cacciati a fine gennaio da Rosarno e poi rifugiatisi a Roma, senza lavoro, senza un posto dove dormire, senza i loro bagagli, con le ultime paghe rimaste nelle mani dei loro sfruttatori. A distanza di tre mesi dai drammatici fatti di quei giorni, dobbiamo a questi lavoratori, a tutti i migranti che vivono in Italia e ai loro figli una riflessione seria e distesa, che ci aiuti a capire meglio dove stiamo andando e, soprattutto, se e come sia possibile cambiare rotta. Passati i clamori della cronaca, i problemi di governo dei fenomeni migratori restano inalterati. Essi vanno compresi a fondo se si vuole evitare che dalla disumanizzazione e dallo sfruttamento del lavoro migrante, spinto fino alla schiavitù, si generino nuove esplosioni di violenza. […]

Luisito Bianchi, “La messa dell’uomo disarmato. Un romanzo sulla Resistenza”, Milano, Sironi editore, 2003

Tutto è possibile dopo quanto è avvenuto. Io vi sarò solo quel tanto che basta per esprimere la mia vergogna di sopravvissuto nell’esserne stato escluso; e in terza persona, come la voce cui spetta solo il compito di indicare l’altrui mietitura. Che la Parola mi faccia la grazia di qualche armonico alle mie incrinate parole a memoria dei morti. Per i meriti di tanto sangue gratuitamente versato (p. 213). […]

Andrea Onori, “Madre Terra, fratello clandestino”, Sangel Edizioni, Cortona, 2009

Leggi nazionali sospese, norme internazionali ignorate, sfruttamento e violazioni dei diritti umani, riflessioni e speranze per pensare e costruire un mondo più umano, insieme. Con Madre terra, fratello clandestino Andrea Onori ricostruisce il mondo degli esseri umani “irregolari”. Attraverso racconti, interviste e ricerche sul campo restituisce il loro disagio, le loro paure, la loro profonda umanità, la loro voglia di avere “quel maledetto documento”. […]

R. Wilkinson, K. Pickett, “La misura dell’anima: Perché le diseguaglianze rendono le società più infelici”, Feltrinelli, Milano, 2009

Non si può non cominciare la recensione di questo libro senza commentare la traduzione italiana del titolo e del sottotitolo. La prima versione inglese suona infatti The spirit level: why more equal societies almost always do better, che si potrebbe tradurre letteralmente La livella: perché le società con maggiore uguaglianza quasi sempre risultano migliori . La metafora concreta della livella a bolla (quella resa celebre da Totò), da strumento di misura dell’uguaglianza è diventata nella versione italiana una metafisica “misura dell’anima”. Così come l’ottimismo implicito nella relazione tra uguaglianza e benessere ha lasciato il posto ad una pessimistica considerazione sulle diseguaglianze che creano infelicità. Che gli autori volessero mettere l’accento sul fattore positivo costituito dall’uguaglianza è confermato da ulteriori sottotitoli che il saggio ha ricevuto in due successive edizioni inglesi, che suonano rispettivamente Why greater equality makes societies stronger , ossia Perché più uguaglianza rende le società più forti , e Why Equality is Better for Everyone , ossia Perché l’uguaglianza è meglio per tutti . […]

Ilaria Possenti (a cura di), “Intercultura, nuovi razzismi e migrazioni”, Edizioni Plus – Pisa University Press, Pisa, 2009

Intercultura, nuovi razzismi e migrazioni, il volume collettivo curato da Ilaria Possenti per la Plus – Pisa University Press, non è il solito libro che dipinge le magnifiche sorti della società inter- o multi-culturale. Innanzitutto, perché distingue chiaramente tra i due concetti, operando una precisa scelta di campo tra interculturalismo e multiculturalismo. Come scrive in modo limpido la curatrice, il volume intende prendere le distanze da una diffusa tendenza multiculturalista per “lavorare sulla comprensione e l’elaborazione di relazioni (inter), più che identificare differenze separate di cui auspicare o temere la coesistenza (multi)”. E infatti, nel volume, il saggio di Scannavini si sofferma sulle dinamiche di creolizzazione, meticciato e ibridazione, proprio perché sono al centro della storia delle migrazioni molto più di una supposta cristallizzazione di identità diverse. […]

Dal fallimento dell’opzione dei “due stati” all’apartheid: il senso di un boicottaggio

“Malgrado gli auspici dell’Amministrazione di Obama e della maggior parte degli americani – inclusi molti ebrei americani – Israele non consentirà ai palestinesi un loro stato in Cisgiordania e a Gaza che sia sostenibile. Per quanto possa dispiacere, la soluzione dei due stati è ormai fantasia. Invece i territori occupati saranno incorporati in una “Grande Israele” che sarà uno stato di apartheid con un grande somiglianza con il Sudafrica governato dai bianchi. Tuttavia, uno stato ebraico con un regime di apartheid non è sostenibile nel lungo periodo. Alla fine, diventerà uno stato democratico bi-nazionale, la cui politica sarà dominata dai suoi cittadini palestinesi. In altre parole, cesserà di essere uno stato ebraico, e questo significa la fine del sogno sionista”. È ciò che il 29 aprile scorso, in una conferenza dal titolo “Il futuro della Palestina: gli ebrei giusti contro i nuovi afrikaners”, ha sostenuto John J. Mearsheimer, professore alla Chicago University, teorico di politica internazionale di impostazione realista e studioso di grande prestigio, sia nel mondo accademico americano che in quello internazionale. Mearsheimer non fa una scelta politica. È anche lui convinto, come molti, che la soluzione dei due stati sia la migliore. La sua è una constatazione, la presa d’atto di quella che è la situazione sul terreno, che piaccia o no. […]

La Nuclear Posture Review 2010

Giovedì 8 Aprile 2010 i presidenti Barack Obama e Dmitri Medvedev hanno firmato il nuovo trattato sulla riduzione delle armi nucleari strategiche, il cosiddetto New START. Due giorni prima, il 6 Aprile, veniva resa pubblica la Nuclear Posture Review (NPR), un documento integrato nella Quadrennial Defence Review (QDR), che definisce la politica nucleare e la strategia globale degli Stati Uniti per gli anni a venire e che può essere considerato un importante addendum al nuovo trattato. La discussione attualmente in atto nella comunità degli studiosi di problemi di disarmo e controllo degli armamenti è decisamente ricca di pareri, anche assai contrastanti. Personalmente sono convinto che l’NPR 2010 apra alcuni significativi spiragli di speranza e proverò a spiegare brevemente il perché. […]