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Operatori per la pace. Riflessioni sulle prospettive d’impiego dei laureati in scienze per la pace

In Italia i corsi di laurea per la pace sono nati quando era ancora aperta e promettente la prospettiva inaugurata dagli eventi del 1989. Con la fine della guerra fredda era legittimo credere che le istituzioni nazionali ed internazionali avrebbero riconosciuto, finalmente, le proposte ed il lavoro di coloro che per decenni si erano impegnati per quella strategia di pace, che è poi risultata vittoriosa rispetto alla strategia dello scontro nucleare tra le due super-potenze, col concorso degli stati dei rispettivi “blocchi”. In molti abbiamo auspicato e creduto che i governi avrebbero risposto a quegli eventi epocali, introducendo nella struttura sociale e politica apposite “istituzioni per la pace”. Abbiamo invece dovuto constatare con amarezza che le istituzioni politiche sono rimaste sorde a queste aspettative, specie quelle dell’Europa, che pure era stata salvata, grazie al precedente impegno per la pace, dall’olocausto di 200 milioni di morti al primo colpo nucleare. […]

Proprietà della casa e disuguaglianze: il “caso Italia”

“Le condizioni abitative e gli oneri economici connessi all’abitazione rappresentano, per alcuni gruppi di famiglie italiane, un fattore di vulnerabilità molto rilevante sul quale agiscono il livello e la composizione dei redditi familiari, la situazione patrimoniale, le condizioni di accesso al mercato delle abitazioni”. È questo l’incipit dell’ultima indagine dell’ISTAT (2010) sulle condizioni abitative delle famiglie residenti in Italia, che evidenzia un progressivo aumento della disuguaglianza abitativa, misurata da precisi indicatori di disagio. Altri rapporti scientifici, usciti in questi ultimi anni (Brandolini, Saraceno, Schizzerotto, 2009) pongono in rilievo come questa maggiore disparità nella disponibilità della casa e nelle situazioni abitative si collochi all’interno di un aumento significativo delle dimensioni della disuguaglianza nell’Italia di oggi: tale evoluzione è evidenziata, in particolare, dall’aumento delle povertà e della marginalità sociale, dalla forte polarizzazione nella distribuzione del reddito, dalle peggiorate condizioni di salute di quote consistenti di popolazione, non soltanto anziana, in diretta relazione con le caratteristiche socio- economiche degli individui. Ci si presenta un’Italia incapace di mantenere il riconoscimento dei diritti sociali acquisiti dalle generazioni passate, caratterizzata da minore equità e crescenti disparità sociali, anche tra territori e generazioni. Quanto avviene in Italia appare non dissimile dai processi più generali di arricchimento e di impoverimento che si riscontrano, da diversi decenni, sia nei paesi del Sud del mondo che all’interno degli stessi paesi occidentali. All’interno di questo quadro più generale, il nostro paese manifesta però caratteri specifici di maggiore ampiezza del fenomeno, con una presenza di complesse radici sia storiche che attuali. […]

L’urbanizzazione dell’Italia al bivio. Tra vecchie pratiche e nuove strategie di governo del territorio

L’urbanizzazione del territorio è sempre più un tema caldo nel dibattito pubblico italiano. C’è chi la associa ad un auspicabile “sviluppo” delle città, e chi la maledice ricordando i “bei tempi andati”. Se ne parla molto, eppure spesso si conoscono poco l’ampiezza e le implicazioni del fenomeno: in Italia, ad esempio, nessuno può dire con certezza quale sia la percentuale di suolo urbanizzato, a differenza di altri paesi europei come la Germania, l’Olanda o la Svizzera, dove si effettuano rilevazioni annuali per poi elaborare la pianificazione del territorio. Inoltre, non è facile orientarsi in un settore che attira investimenti pari al 17% del PIL nazionale e in cui ci si scontra, fatalmente, con interessi contrastanti, modelli sociali alternativi, lobby opposte ed agguerrite. Questo articolo intende affrontare alcuni punti chiave del “consumo del territorio”, non solo analizzando i dati disponibili ma anche presentando concrete proposte politiche alternative in via di sperimentazione in alcuni Comuni italiani. Il punto di partenza è costituito dall’analisi di alcuni studi legati all’utilizzo del suolo, in modo da indagare la portata e gli effetti dell’urbanizzazione. Su questa base sarà possibile sviluppare una riflessione sulle scelte politiche più comuni nel nostro paese, per poi concludere con l’indicazione di un’altra via percorribile, quella dello stop al consumo del territorio. Una strada che riporta le autorità locali – e soprattutto i singoli cittadini – al centro della politica del territorio, in termini di partecipazione e di reali possibilità di azione. […]

L’Europa, la crisi e le misure di austerità: dove stiamo andando?

Era il 2004, l’anno del nuovo Trattato Costituzionale europeo poi bocciato dai referendum francese ed olandese e sostituito dall’attuale Trattato di Lisbona, quando Jeremy Rifkin pubblicava Il sogno europeo. Come l’Europa ha creato una visione del futuro che sta lentamente eclissando il sogno americano. L’autore contestava la “narrazione neo- conservatrice” che identificava la modernità occidentale col trionfo dell’homo oeconomicus, del libero mercato, dello Stato nazionale e dello sfruttamento tecno-scientifico della natura e che vedeva nell’affermazione della superpotenza statunitense, principale depositaria di quei valori, la “fine della storia”. Rifkin invitava viceversa a prendere atto del crescente divario politico-culturale interno al “mondo occidentale”, destinato a riaprire i giochi della storia: mentre il “sogno americano”, fondato sulla crescita illimitata, sulla competizione interpersonale, sull’accumulazione privata di ricchezza, sulla superiorità militare e su una politica estera di potenza, era destinato alla lunga al fallimento, il futuro apparteneva al “sogno europeo” fondato sullo sviluppo sostenibile, sui diritti sociali e sui beni relazionali, sulla responsabilità sociale condivisa e sulla pace, garantita da una politica estera orientata al consenso multilaterale e all’aiuto pubblico allo sviluppo. […]

Mahatma Gandhi, “Vi spiego i mali della civiltà moderna”, Hind Swaraj, GandhiEdizioni, Pisa, 2009

Una rivista che si occupa di “scienze e pace” può proporre facilmente ai suoi lettori, tra le recensioni, libri che trattino in prospettiva interdisciplinare i diversi aspetti della violenza e della guerra. Difficoltà possono sorgere, però, quando l’argomento sia la pace stessa: come da tempo abbiamo imparato, non ne esiste infatti una definizione univoca. Abbiamo forse raggiunto un certo accordo su definizioni “in negativo”, ossia su che cosa non vada considerato come pace: essa non può essere ridotta al mero contrario della guerra e della violenza armata, né può essere circoscritta ad una situazione stazionaria, ovvero alla progressiva eliminazione di tutti i conflitti. Una proposta di definizione della pace “in positivo” può passare attraverso il riconoscimento della centralità della vita: in questo senso, essa può essere definita come una continua tensione per affermare pienamente il fenomeno tipico del nostro pianeta. Prendendo come riferimento gli esseri umani, la pace allude così alla possibilità di costruire relazioni di uguaglianza tra le persone, i gruppi e i popoli, fondate sul rispetto dei diritti di ogni vivente. In questa forma, la pace deve tenere conto della complessità e dell’indivisibilità dei diritti, che si richiamano reciprocamente tra loro, e delle condizioni che ne consentono l’effettivo esercizio da parte di tutti. Così, ad esempio, il diritto fondamentale alla salute implica quello ad un’adeguata alimentazione, incluso il libero accesso a beni essenziali come l’aria e l’acqua, così come il diritto al reddito, al lavoro e ad un’abitazione adeguata alle esigenze individuali e familiari. Da qui la pertinenza di affrontare in questa sede il tema della “medicalizzazione” e dei suoi effetti negativi sull’autonomia e sul benessere personali, oltre che sull’insieme delle relazioni sociali. […]

P. L. Consorti (a cura di), “Tutela dei diritti dei migranti”, Edizioni Plus – Pisa University Press, Pisa, 2009.

Il degrado politico, sociale, culturale, che subiamo quotidianamente e che ha nel progressivo diffondersi dell’intolleranza e della xenofobia un punto preminente, rende ancora più utile un libro come Tutela dei diritti dei migranti . Quest’opera fa il paio con una pubblicazione uscita alla fine del 2009, Rapporto sul razzismo in Italia. Mentre il primo dà un quadro della situazione attuale, permettendo di individuare quali azioni sono necessarie per tutelare comunque i diritti sotto attacco dei migranti, l’altro compie una ricognizione attenta delle conseguenze dei provvedimenti neo-razzisti istituzionali e del clima che essi determinano nel paese. Sarebbe opportuno, per questa ragione, che si divulgassero in coppia quali strumenti di lavoro essenziali, sia per chi opera nel settore – negli sportelli informativi e di consulenza – sia per chi si propone di stimolare il dibattito, intervenendo sull’opinione pubblica, sul senso comune, sulle politiche prevalenti, ad ogni livello: sia per impostare un’azione di resistenza che per cercare di passare, per così dire, al contrattacco. […]

André Orléan, “Dall’euforia al panico. Pensare la crisi ed altri saggi”, Ombre corte, Verona, 2009

La raccolta di André Orléan, Dall’euforia al panico. Pensare la crisi ed altri saggi, preceduta da un’intrigante prefazione dei due curatori italiani, Andrea Fumagalli e Stefano Lucarelli, è un’opera pregevole per fattura e per l’importanza dell’argomento affrontato. Sul piano formale, si giova di un lavoro di traduzione assai accurato, merito anche del contributo prezioso di Hervé Baron, che rende scorrevole la lettura e sufficientemente chiaro il significato della trattazione anche al lettore colto ma non specialista. Il testo, suddiviso in quattro paragrafi che ripercorrono la genealogia della crisi dei subprime (L’euforia, L’accecamento, La cartolarizzazione, La crisi), è arricchito da alcune interessanti appendici teoriche (a beneficio soprattutto di studenti universitari e accademici) e da un dizionario lessicale che aiuta il lettore a districarsi nella selva di acronimi, anglicismi e neologismi che compongono la moderna koinè del mondo della finanza. […]

What is like to be an immigrant

L’esperienza degli immigrati è sempre stata difficile, indipendentemente dal paese. Venendo da adulto in un nuovo paese con una nuova cultura, è singolarmente difficile – per alcuni impossibile – cambiare completamente i loro punti di vista e diventare completamente acculturati e “nazionalizzati”. Per un bambino, è forse più facile perché i modelli di comportamento che si sviluppano negli anni non sono così radicati, i pregiudizi sono ingenui e l’inserimento in una comunità di coetanei è più facile poiché i contemporanei del bambino sono ugualmente ingenui. Ma per un adulto la situazione è molto più complicata. In particolare a livello di linguaggio, la comunicazione quotidiana è un’esperienza che mette alla prova. […]

Dei principii e delle pene

I recenti provvedimenti adottati dal Governo italiano in materia di “sicurezza”, tra cui il decreto legge n. 92/2008 e la legge n. 94/2009, pongono all’ordine del giorno la creazione di un “diritto penale della disuguaglianza”, dal forte impatto simbolico ma dalla dubbia efficacia pratica. Il decreto legge del 2008 punisce più gravemente, con un aumento di pena pari a un terzo, qualsiasi reato commesso da chiunque risulti essere irregolarmente presente sul territorio nazionale (condizione diversa da quella di “clandestino”, legata all’ingresso nel territorio in violazione delle vigenti norme sull’immigrazione). La legge del 2009 introduce come reato la semplice condizione di “irregolarità” dello straniero rispetto alle norme sui visti e/o sui permessi di soggiorno. Queste modifiche del Codice Penale rispondono alle indicazioni delle forze che costituiscono l’attuale maggioranza di governo, in particolare della Lega Nord che sulla guerra all’immigrazione clandestina ha costruito le proprie fortune elettorali. […]

Immigrazione e agricoltura: un binomio chiave

L’agricoltura italiana si sta popolando sempre più di lavoratori d’origine straniera. Immigrati di varie nazionalità sono impiegati nelle mansioni e nei settori più disparati, soprattutto in arboricoltura e in orticoltura, ma anche negli allevamenti e nel taglio dei boschi. È ragionevole pensare che essi costituiscano quasi il 20% della manodopera agricola rilevabile statisticamente, con un’alta percentuale di stagionali diminuita fino al 2005 e poi risalita (INEA, 2009). Si tratta di una concentrazione significativa, visto che gli stranieri presenti in Italia costituiscono circa il 7% della popolazione totale. Alcuni fanno parte più o meno stabilmente delle imprese agricole, fino a diventare imprenditori; altri spariscono nel nulla. Oggetto di sfruttamento e di razzismo, quando si ribellano rischiano di essere identificati e, se privi di documenti validi, espulsi. La loro presenza è per lo più invisibile, diventando di dominio pubblico solo in occasioni di emergenza sociale, come la rivolta di Rosarno del gennaio 2010. Le ultime cronache dalla Piana di Gioia Tauro, le fughe di notizie dalle campagne della Puglia, i rapporti della missione di Medici Senza Frontiere sulla condizione dei braccianti agricoli nel Mezzogiorno (Medici senza frontiere, 2008), mettono in luce gravi emergenze sociali nelle campagne italiane. Più che casi locali, da lasciare a loro stessi, questi fatti rappresentano la superficie di un continente sommerso, il segnale d’allarme di un mondo rurale in crisi e in piena trasformazione. Essi danno così la spinta per decriptare una realtà complessa, sfidando se necessario schemi metodologici e interpretativi consolidati. […]