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Montale nella prima guerra mondiale: ricordi di un anti-interventista

Basato sulle testimonianze di sua sorella Marianna attraverso la corrispondenza con la sua amica Ida emerge la figura del poeta Montale apertamente contro la guerra e costretto a partire per il fronte durante la Prima guerra mondiale. Poche sono le poesie che trattano l’esperienza della guerra. Queste poesie non sono né un grido di dolore né una testimonianza ma sentimenti ribelli, nostalgici, come il desiderio di stringere la mano ai vecchi compagni, di vedere noi stessi in un tempo conosciuto, facce sullo sfondo di un cielo blu ghiaccio, scosso dalla campana di Shrapnell (Montale in guerra), o l’evocazione di una veglia silenziosa interrotta solo dal rumore di un fiume (Valmorbia). Nella guerra Montale non vede il lato eroico ed eccitante ma guarda a questo con distacco ironico e disincantato che è solito nella sua poesia.

Based on testimonies of his sister Marianna through correspondence with her friend Ida emerges the figure of the poet Montale openly against to war and forced to leave for the front during the First World War. Few are the poems that deal the experience of war. These poems are neither a cry of pain or a witness but rebellious feelings, nostalgic, as the desire to shake hands of old comrades, to see ourselves in a time known faces in the background of a blue sky ice, shaken from the bell of Shrapnell (Montale in guerra), or the evocation of a silent vigil broken only by the sound of a river (Valmorbia). In the war Montale doesn’t see the heroic and exciting side but looks at this with ironic detachment and disillusioned that is usual in his poetry.

6 agosto. Il rischio atomico a 70 anni da Hiroshima

Il commosso ricordo che si rinnova di anno in anno della distruzione atomica di Hiroshima e della strage dei suoi abitanti segna in realtà il fallimento della comunità internazionale a risolvere il problema delle armi nucleari; in 70 anni non si è riusciti non solo a eliminarle, ma neppure a definire una convenzione internazionale che ne proibisca l’uso e tanto meno a bloccarne lo sviluppo e la proliferazione. Dal 1945 in poi hanno via via creato arsenali nucleari Stati Uniti, Unione Sovietica, Regno Unito, Francia, Cina, Israele, India, Pakistan, Sud Africa e Corea del Nord e solo il Sud Africa è ritornato sui suoi passi. E la diversificazione delle armi nucleari e il loro numero sono cresciuti fino a raggiungere quasi 70 000 armi nei primi anni 80, un numero mostruoso e assolutamente privo alcun senso politico e militare. [ … ]

L’Italia: l’alleato sconosciuto dell’Operazione Condor

È del primo gennaio di quest’anno la notizia che riportava l’inizio dei processi italiani all’Operazione Condor, l’accordo di intelligence tra gli stati del Cono Sur dell’America Latina – composto da Brasile, Bolivia, Perù, Uruguay, Paraguay, Cile e Argentina – messo in atto negli anni Settanta, con la collaborazione della CIA. L’obiettivo era l’eliminazione sistematica delle persone ritenute “sovversive” dai regimi militari instauratisi dopo i vari colpi di stato. Anche l’Italia, dopo quasi quaranta anni, proverà a dare giustizia alle decine di uomini e donne di origine italiana precipitati nell’abisso dei sequestri e delle sparizioni. Nel nostro paese il tema dell’Operazione Condor risolta tutt’ora piuttosto sconosciuto. Tale carenza acquisisce maggiore importanza se si considera che uno dei delitti eccellenti di tale operazione criminale, la cui vittima fu il democristiano cileno Bernardo Leighton, ebbe luogo a Roma. L’attentato, avvenuto nel 1976 per mano di neofascisti italiani appartenenti alle schiere di Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo, rientra nell’arco temporale durante il quale si sviluppò la “strategia della tensione”, la quale si protrarrà fino all’inizio degli anni Ottanta. […]

Dalla peggiore politica mondiale ai popoli che tornano padroni della storia

A poco più di cento anni dall’inizio della Prima guerra mondiale, una delle domande che viene in mente per spiegare le ragioni profonde, le dinamiche, gli esiti e il senso di quegli eventi, è perché i due principali attori politici popolari del tempo, ovvero il movimento socialista da una parte e il movimento cristiano-cattolico dall’altro, siano caduti in quel terribile conflitto, all’interno del quale forse per la prima volta nella storia umana è mancato ogni limite e ogni controllo sull’uso della forza armata. Riflettendo su questo punto, ritengo si possano ricavare alcune lezioni sul tipo di organizzazione e di sviluppo politico che dovrebbero essere promossi per evitare nuove guerre: promuovere con decisione una politica auto-gestionaria e un modello di sviluppo non più guidato da scienza e tecnologia concepiti come un blocco unitario e monolitico, senza alternative interne e senza significative interazioni con gli altri campi del sapere umano. […]

Pacifismo Patriottico? Ernesto Teodoro Moneta, la genesi del pacifismo organizzato e la sfida della guerra mondiale

La figura di Ernesto Teodoro Moneta (1833-1918), primo e unico Premio Nobel per la Pace italiano, sebbene oggi dimenticata, riveste un ruolo decisivo nel panorama del movimento pacifista nazionale. Straordinaria figura di mazziniano, patriota e pacifista, Moneta diresse i primi tentativi organizzativi del movimento per la pace in Italia, approssimandosi inoltre a un’ambiziosa sintesi tra istanze patriottiche e internazionali, e anticipando gran parte delle questioni che oggi animano il dibattito pubblico sul tema: dal ruolo dell’esercito alla difesa nazionale, passando per la dialettica tra interessi nazionali e visione internazionale. A un secolo dalla catastrofe della Prima Guerra Mondiale – che travolse il mondo e le organizzazioni pacifiste – e a vent’anni dal ritorno della guerra e del genocidio nei Balcani, l’eredità di Moneta, ravvivata dalle lezioni di Mazzini, Langer e Galtung, si rivela viva e stimolante, e la sua opera stimolante e necessaria per l’azione pacifista contemporanea.

The personality of Ernesto Teodoro Moneta (1833-1918), first and only Nobel Peace Prize from Italy, even if forgotten, is a decisive one in the Italian peace movement scenario. Extraordinary figure of Mazzinianist, patriot and pacifist, he managed the first organizational attempts of the Italian peace movement, also approaching an ambitious synthesis across patriotic and inter-national topics and foreseeing a large part of such issues nowadays shaping the public debate inside the peace movement, from the role of the army to the national defense, coming through the dialectics among national interests and international vision. One century after the catastrophe, for the world and the peace organizations, of WWI, twenty years after war and genocide, coming back in the Balkans, revived through the lessons by Mazzini, Langer and Galtung, Moneta’s heritage is alive and inspiring, and his work challenging and necessary, for the peace work today.

Qual è l’interesse del Mali? Cosa accade quando uno Stato non è in grado di proteggere i propri confini

Sono un figlio dei movimenti di decolonizzazione e di indipendenza. Ancora giovane in Guinea-Conakry mi sono imbattuto in una famosa frase di Frantz Fanon, contenuta ne I dannati della terra : “gli uomini (…) si rendono conto che ogni cultura è innanzitutto nazionale ”. In altri termini, nel contesto delle lotte anti-coloniali, non ci sarebbe altra cultura che la cultura nazionale. La parola d’ordine è stata così stabilita, e ovunque, dall’Algeria al Congo, attraverso il Mali e il Ghana, abbiamo dovuto costruire la nostra modernità nelle lotte di liberazione che hanno fatto di noi, donne e uomini nuovi in nazioni sovrane, portatrici di culture viventi. Per Fanon e altri profeti delle indipendenze, perfino il panafricanismo ha dovuto passare attraverso gli Stati Nazione che avevano ottenuto la loro sovranità contro l’imperialismo occidentale.

Armies in Power

È quasi sempre una cattiva notizia quando gli eserciti sono al potere. In Egitto, l’esercito è stato la forza decisiva dal 1952. La recente destituzione da parte dell’esercito egiziano del presidente Mohamed Morsi non fu un colpo di stato. Non si può commettere un colpo di stato contro se stessi. Quello che è successo è che l’esercito ha cambiato il modo in cui governava l’Egitto. Per un breve periodo, l’esercito aveva permesso alla Fratellanza Musulmana di prendere alcune decisioni statali limitate. Quando iniziarono a sentire che le azioni del governo Morsi avrebbero portato ad un aumento significativo del potere dei Fratelli Musulmani a spese dell’esercito egiziano, il generale Abdel Fattah el-Sisi decise che era abbastanza e agì spietatamente per aumentare il giorno- oggi il potere dell’esercito. […]

Quando dire è fare negoziazione

Negoziazione è un sostantivo neutro di origine latina, negotium, che sta a indicare un lavoro, un’attività, un’occupazione, il condurre a termine un’impresa, ma anche un affare, una trattativa, un negoziato. Il termine ha fin dalla sua genesi un ampio spettro di applicazione, dalla vita quotidiana al campo commerciale, dal diritto alla diplomazia. In questo ultimo caso la parola negoziazione è particolarmente usata per indicare l’insieme di trattative che portano a un accordo tra Stati o soggetti che agiscono sulla scena internazionale, consistente nella formulazione e discussione di proposte e controproposte volte a soddisfare le esigenze di ciascuna parte. Se le trattative riescono, la negoziazione si conclude con l’approvazione di un progetto d’accordo destinato poi a perfezionarsi. Da queste accezioni tradizionali il significato si è spostato, nel corso del tempo, sul senso dell’interazione comunicativa di scambio ed è via via sempre più inteso in senso lato, come processo consistente nel conferire con uno o più soggetti al fine di raggiungere un accordo. In particolare, la negoziazione viene intesa come un processo di scambio che ha come prodotto un reciproco beneficio. Non una rinuncia sostenibile, come nel caso del compromesso, ma l’acquisizione di un valore aggiunto che ha la qualità di poter essere pensato come migliorativo, rispetto alle posizioni iniziali, da parte di tutti i protagonisti dello scambio negoziale. In altri termini una trasformazione delle idee e degli interessi di partenza in un esito finale che può rappresentarne una sintesi, un’integrazione, una rielaborazione, un perfezionamento, un approfondimento e comunque una soluzione differente, e più soddisfacente, per tutte le parti in causa. […]

Beni comuni e diritti fondamentali della persona: un’analisi giuridica

Negli ultimi tempi è emersa come questione cruciale per il futuro dell’umanità quella dei “beni comuni”: aria, acqua, clima, conoscenza, cultura e beni culturali, orbite satellitari, bande dell’etere, risorse minerarie dei fondi marini, biodiversità, ecc. La produzione e ri-produzione di questi beni, essenziali per l’ordine sociale, pone in questione l’intero assetto istituzionale e informale delle società: i “beni comuni” ripropongono interrogativi sui limiti della mercificazione e del primato del mercato, evocano la questione del “legame sociale” e dell’erosione delle basi morali della società, incorporano il potenziale dello “sviluppo umano” (Mattei, 2011). […]

Modelli monologici e dialogici: un’introduzione allo studio dei processi comunicativi e della comunicazione interculturale

Dopo aver svelato il terreno di alcuni pregiudizi teorici che pesano sullo studio dei processi comunicativi, questo articolo esamina criticamente e in dettaglio i principali modelli di comunicazione e le relative teorie, proponendo una distinzione tra due diversi tipi di modelli: monologico e dialogico. Particolare attenzione è rivolta a quest’ultimo, in quanto scoraggiano un uso utilitaristico, manipolatorio ed etnocentrico della comunicazione, soddisfacendo così i requisiti etici della comunicazione nonviolenta e gli obiettivi della comunicazione interculturale che mirano allo sviluppo di identità complesse e “plurali”, capace di integrare la diversità in modo creativo.

After clearing the ground of some theoretical prejudices that weigh on the study of communicative processes, this paper examines critically and in detail the main models of communication and the relative theories, proposing a distinction between two different classes of models: monological and dialogical. Particular attention is paid to the latter, in that they discourage a utilitaristic, manipulatory and ethnocentric use of communication, thus meeting the ethical requirements of nonviolent communication as well as the objectives of intercultural communication that aim at the development of complex and “plural” identities, capable of integrating diversity creatively.