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Lavorare con le organizzazioni e i movimenti contadini del Sud del mondo. Riflessioni sugli attori della cooperazione e sul rapporto tra ricerca e azione

Questo contributo esplora la relazione tra ricerca e azione nell’ambito della cooperazione allo sviluppo, a partire dal testo di recente pubblicazione “Con i piedi per terra” di R. Capocchini e F. Perotti. Le organizzazioni contadine del Sud del mondo costituiscono un caso particolarmente interessante: vi si intrecciano problematiche di analisi sociale ed organizzativa con questioni legate al funzionamento ed al ruolo dei sistemi di cooperazione. Si tratta, in primo luogo, di riflettere sul modo in cui vengono descritte le organizzazioni dei produttori agricoli del Sud del mondo, e di affrontare poi le questioni sollevate dell’interazione degli attori della cooperazione con tali organizzazioni. Su questa base è possibile sviluppare una riflessione più ampia sulla relazione tra ricerca teorica e pratica applicativa. Questa relazione viene spesso descritta in termini lineari – la ‘buona teoria’ che informa la ‘buona pratica’, la quale restituisce a sua volta un riscontro. Si tratta di una rappresentazione approssimativa, fondata sull’ipotesi di una chiara separazione tra il campo della teoria e quello dell’intervento. Tale rappresentazione va, in gran parte, modificata: in molti casi, infatti, non riesce a spiegare in modo convincente i nessi tra i fenomeni che si presentano all’osservazione.

Il pericolo della deterrenza nucleare

Appare sorprendente che la rivista ultra- tradizionale Foreign Affairs arrivi all’estremo di pubblicare, come articolo principale della sua ultima edizione, “Perché l’Iran dovrebbe avere la Bomba” del noto studioso di scienze politiche Kenneth Waltz. In realtà non è tanto il titolo appariscente, bensì il ragionamento dell’articolo che rappresenta uno schiaffo alla filosofia anti-proliferazione che ha costituito la pietra angolare della posizione generale degli stati dotati di armi nucleari. Waltz ha cura di evitare di disconoscere la sua identità politica allineata con la tradizione. Ripete l’assunto, che s’intensifica sempre più, che l’Iran stia attualmente perseguendo senza tregua gli armamenti nucleari, anche se concede che possa star solo cercando di ottenere un potenziale di “reazione” – la capacità, in un’emergenza nazionale, di assemblare alcune bombe nel giro di mesi – di cui godono il Giappone e diversi altri paesi. In nessuna parte Walt allude all’opinione condivisa, recentemente pubblicizzata, di 14 agenzie dei servizi d’informazione statunitensi, che conclude che non ci sono prove che l’Iran abbia deciso di riprendere il suo programma militare abbandonato del 2003. Assieme ad alcuni degli altri argomenti che propone, Walt segnala il suo generale appoggio all’approccio statunitense alla sicurezza d’Israele. Non fraintendiamo: Walt non è né un dissenziente politico né un radicale politico. […]

La sete di Ismaele. Crisi siriana, lettera aperta a Kofi Annan

Riprendiamo integralmente il testo della lettera aperta scritta a Kofi Annan, inviato speciale delle Nazioni unite e della Lega araba per la crisi siriana, da Paolo Dall’Oglio, gesuita e fondatore della Comunità monastica di Deir Mar Musa. Il gesuita intende consegnare personalmente all’ex Segretario generale dell’Onu la lettera durante la sua visita in Siria. […]

Does Al-Qaeda Still Matter?

Nell’undicesimo anniversario di quello che è diventato noto come l’11 settembre, al-Qaeda rimane un argomento ancora discusso ripetutamente, sia negli Stati Uniti (e nel mondo pan-europeo in generale) che nel Medio Oriente. L’enfasi principale negli Stati Uniti è solitamente il modo in cui il suo potere viene effettivamente contenuto da azioni militari di molti tipi, e quindi è una minaccia in declino. L’enfasi principale nel Medio Oriente sembra essere l’opposto, che sia sopravvissuta a tutto ciò che è stato fatto per decapitarla e che continua a rappresentare una minaccia importante per tutte le altre forze politiche nella regione. […]

L’arte della pace conviene

Scriveva Sun Tzu nel V secolo a.C. nel suo manuale di strategia, L’arte della guerra, che “la guerra si fonda sull’inganno”. All’inganno bellico cedono anche gli intellettuali quando sostengono che i conflitti armati siano il motore per la scienza e la tecnologia verso nuove scoperte e invenzioni. Va contro questa tesi lo storico inglese John Gittings che, nel suo ultimo saggio The Glorious Art of Peace. From the Iliad to Iraq (La gloriosa arte della pace. Dall’Iliade all’Iraq), afferma che è stata la pace a promuovere il maggior numero di scoperte e invenzioni, spesso più importanti di quelle messe a punto a fini bellici. La “teoria del palo” contro la “teoria del carro”. Il carro è quello da guerra degli Ittiti, che ha trasformato l’età del bronzo come e quanto il nucleare militare ha dominato la nostra epoca. Il palo è quello che, imperniato con un contrappeso, una fune e un secchio, è stato inventato in Mesopotamia più o meno nello stesso periodo del carro da guerra: fondamentale per l’estrazione dell’acqua dai pozzi, per l’irrigazione dei campi e lo sviluppo delle coltivazioni, ha permesso lo sviluppo delle civiltà.

L’accordo di integrazione e il permesso di soggiorno a punti. Un caso di razzismo istituzionale e di creazione amministrativa di precarietà per gli immigrati

Quando, nell’autunno 1989, nella Biblioteca Comunale di Capraia e Limite cominciammo a tenere un corso di italiano per lavoratori immigrati, non sospettavamo neanche lontanamente la forzatura di significati che si sarebbe scaricata due decenni dopo su tale accostamento alla lingua italiana da parte dei nostri nuovi vicini di casa. Erano stati loro a chiederlo, per muoversi meglio nella realtà che da pochi mesi avevano cominciato a esplorare. Tra le prime “offerte formative”, ci fu l’incontro con sindacalisti, amministratori e realtà associative, perché avessero parametri più ricchi grazie a cui muoversi nella società “di accoglienza”. Erano le semplici linee su cui si muovevano altre iniziative del genere, condotte da piccole associazioni con cui ci incontravamo per scambiarci indicazioni, esperienze, strumenti di lavoro. Un’effervescenza della società civile, oggi non più immaginabile. […]

Ripensare la cooperazione internazionale: il caso palestinese

Per quanto notevolmente inferiore a ciò che riceve Israele (che, includendo tutto, arriva a circa 6 miliardi di dollari l’anno), la quantità di aiuti che arriva alla Palestina annualmente è particolarmente rilevante. Gli aiuti economici negli ultimi anni hanno superato globalmente il miliardo di dollari annui, ma malgrado ciò le condizioni di vita dei palestinesi, dagli accordi di Oslo a oggi, sono andate peggiorando. Nel 2009 e 2010 il numero di palestinesi in condizioni di povertà oscillava fra il 26% e il 50%, a seconda dell’indicatore di povertà usato. Secondo il Programma Alimentare Mondiale, nel 2011 circa la metà delle famiglie palestinesi ha avuto problemi di sicurezza alimentare. La disoccupazione dal 2009 si mantiene intorno al 30%, con valori del 43% fra i giovani sotto i 30 anni (valori medi fra Cisgiordania e Gaza). […]

Tra resistenza non-violenta e disobbedienza civile. Reali alternative verso la risoluzione del conflitto israelo-palestinese?

Negli ultimi anni le iniziative di resistenza popolare non-violenta e di disobbedienza civile nei territori palestinesi occupati e in Israele hanno ricoperto spazi sempre più rilevanti. Sia nell’opinione pubblica palestinese e israeliana che in quella internazionale, strategie e pratiche alternative alla corrente mainstream hanno rappresentato l’altra faccia del conflitto, seppure ancora come punto di vista minoritario all’interno del cosiddetto “processo di pace”. Se da un lato, la partecipazione degli attivisti palestinesi e israeliani in azioni di politica dal basso è nuovamente cresciuta dopo l’impasse causata dal fallimento degli Accordi di Oslo, dall’altro, gli ostacoli e le contraddizioni interne (in particolare del movimento pacifista israeliano) hanno impedito il raggiungimento di sostanziali cambiamenti dello status quo basati su politiche di riconoscimento e solidarietà. In un quadro di continuata occupazione militare e di violazioni quotidiane dei diritti fondamentali, due sono le questioni di fondo oggetto della seguente riflessione. La prima, consolidatasi sulle forti dicotomie “noi/loro”, “occupante/occupato”, “oppresso/oppressore”, si rivolge alle voci critiche interne a ciascuna parte. La seconda, a partire da esempi di azioni congiunte tra palestinesi e israeliani, pone l’accento sulla difficoltà nell’attuare politiche realmente egalitarie tra i due fronti contrapposti del conflitto, includendo anche le differenti realtà dello stesso movimento pacifista israeliano. Da qui la domanda: è ancora possibile parlare di una proposta alternativa, che possa svilupparsi a partire da iniziative dal basso coordinate tra palestinesi e israeliani? […]

Tunisia, la rivoluzione dimenticata

Il 17 dicembre 2010 Mohammed Bouazizi, un giovane disoccupato che vendeva verdure per le strade di Sidi Bouzid, piccola città del centro della Tunisia a poco meno di 300 chilometri da Tunisi, si dà fuoco per protestare contro il sequestro, illegale, del suo carretto da parte della polizia. Il 14 Gennaio 2011 il Presidente della Tunisia Zine El-Abidine Ben Ali, in carica dal 7 novembre 1987, formalmente rieletto per cinque volte con percentuali vicine al 100%, scappa dal paese sulla spinta di una grande rivolta popolare nonviolenta. Agli occhi del mondo la Rivoluzione Tunisina si apre e si chiude con questi due eventi, per poi lasciare spazio ad altre rivoluzioni nel mondo arabo ed alla ‘transizione democratica’ all’interno del paese. Ma è stato davvero così? È possibile che un dittatore del potere e della ferocia di Ben Ali si arrenda in così poco tempo e che, nel medesimo tempo, si compia un processo di trasformazione politica tale da meritare il nome di rivoluzione? Cosa ne è realmente della Rivoluzione Tunisina e quali sono le sue attuali prospettive?

Elvira Corona, “Lavorare senza padroni. Viaggio nelle imprese ‘recuperadas’ d’Argentina”, EMI, 2012.

La recente ricerca di Elvira Corona, dedicata all’esperienza delle fabbriche recuperate per mano degli operai nella fase più acuta della crisi economica che ha colpito l’Argentina fra il 2000 e il 2001, porta all’attenzione questioni politiche oggi più che mai attuali in Italia e in Europa. Di fronte alle politiche di austerity imposte dalla Troika euro-internazionale costituita dalla Banca Centrale Europea, dall’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale, così come di fronte all’attacco ai diritti dei lavoratori portato avanti con politiche classiste e antisindacali da manager “moderni” come Sergio Marchionne o da ministri “tecnici” come Elsa Fornero, la lezione che viene dell’Argentina può essere estremamente istruttiva. Proprio l’esperienza della spirale crisi-austerità in cui si è avvolto quel paese all’inizio del nuovo millennio ci dice che il film che ora viene proiettato, sul presente e sul futuro dell’Europa, è un film già visto: un film che parla della “lotta di classe” condotta dai los de arriba (quelli che stanno in alto) contro i los de abajo (quelli che stanno in basso). Che questa specifica declinazione della lotta di classe sia al centro delle dinamiche contemporanee lo ha suggerito, recentemente e autorevolmente, anche Luciano Gallino (2012). […]