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La donna corpo-territorio nell’orizzonte performativo della guerra

Vol. 8, n. 1 (2017)

Autore

Laura Sugamele

Abstract

La guerra contemporanea investe ogni cosa e ogni persona. Tra le vittime civili, le più esposte e vulnerabili sono le donne, incluse ragazze e bambine. Questo articolo indaga come, in determinate guerre, il corpo della donna diventi terreno di forte identità per un gruppo o una nazione e come, su questa identità, il nemico eserciti violenza per affermare la propria superiorità. La donna, identificata col proprio corpo, diventa il territorio simbolico di un attraversamento che, nella violenza sessuale, rende tangibile il superamento di un confine. La disumanizzazione dei popoli, come nel caso dell’ex Jugoslavia o del Ruanda, è iniziata perciò dal corpo delle donne. Non è tanto la violenza sessuale in sé a essere rilevante qui, ma il suo utilizzo come strategia di guerra poggiante su significati sociali ben precisi. Da un lato, l’atrocità compiuta sul corpo femminile anche in pubblico simboleggia l’annientamento permanente della società rivale e si configura come espressione di odio etnico più che di misoginia. Dall’altro lato, l’identificazione della donna come “proprietà del maschio” che si vuole annientare, si radica in una criticabile concezione patriarcale della società.

Contemporary war tends to destruct everything and everyone. Among civilian causalities women, including young girls and children, are often the most exposed and vulnerable. This paper explores how, during some wars, the body of women become the field of strong for a group or a nation, and how the enemies are targeting exactly this identity in order to affirm their superiority by enforcing a de-humanising violence. Women are identified with their bodies and become the symbolic territory of a border crossing and the exercise of power. So the dehumanisation of peoples, such as in the former Yugoslavia or in Ruanda, starts on women’s body. What is at stake here is not sexual violence per se, but rather its use as war strategy, resting on specific social meanings. On the one hand, atrocities perpetrated on women, also in public, are the metaphor of the permanent destruction of the rival society, and express therefore ethnic hatred rather than misogyny. On the other hand, the identification of women with the “property of the male enemy” to be destructed, is grounded in a contestable patriarchal conception of society.

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