Abstract
“Il passato deve essere preso sul serio: è troppo serio per essere lasciato [solo] agli storici.” Lo studioso della pace Johan Galtung scrisse queste parole perché comprendeva come gli intellettuali occidentali fossero “addestrati ad astenersi dalla critica, dal costruttivismo e dall’azione, a meno che non operino nell’ambito delle scienze applicate certificate”. Per gli storici, questo significa scrivere come se fossero imparziali e disinteressati. Non è ammessa alcuna agenda socio-politica. Restare neutrali (mentre il treno è in movimento). Gli Studi sulla Pace, tuttavia, per come concepiti da Galtung, sono “una scienza sociale applicata, con un esplicito orientamento valoriale” — contro la violenza. “Gli studi critici sulla pace prendono posizioni esplicite”. Gli studiosi di pace hanno il diritto di avere a cuore ciò di cui si occupano. Uno storico della pace, dunque, è colui che scrive con il trasparente intento di ridurre la violenza. In questo senso, uno storico può essere un operatore di pace, consapevole che un’immensa Pace è fatta di tante piccole paci, inclusi piccoli frammenti di cultura.
“The past has to be taken seriously: it is too serious to be left to historians.” Peace scholar Johan Galtung wrote that because he understood how intellectuals in the West “are trained to abstain from criticism, constructivism, and action unless they happen to be in certified applied sciences.” For historians, this means writing as if unbiased and disinterested. There is no socio-political agenda allowed. Stay neutral (on a moving train). Peace Studies, though, as conceived by Galtung, is “an applied social science, with an explicit value orientation” — against violence. “Critical Peace studies takes explicit stands.” Peace scholars get to care. A Peace historian, then, is one who writes with the transparent intent of reducing violence. In that sense, a historian can be a Peace worker, understanding that an immense Peace is made of lots of little Peaces, including little Peaces of culture.


