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L’islam e la parità di genere

Vol. 16, n. 1 (2025). Le religioni come strade di pace

Autore

Laila Mourabi

Abstract

Il contributo esamina la questione della parità di genere nell’Islam, distinguendo preliminarmente tra Sharīʿah, intesa come legge divina, e Fiqh, ovvero la sua elaborazione giurisprudenziale e interpretativa. L’analisi si concentra sulla decostruzione di cinque pregiudizi ricorrenti, evidenziando come essi derivino da interpretazioni parziali o da stereotipi culturali. In primo luogo, si dimostra come l’Islam condanni in modo inequivocabile la violenza domestica, prescrivendo relazioni coniugali fondate su amore e misericordia. In secondo luogo, il versetto che prevede due testimoni donne al posto di un uomo in materia contrattuale non implica un’inferiorità ontologica, ma riflette un contesto socio-economico specifico; in altri ambiti la testimonianza femminile è pienamente equiparata o persino privilegiata. In terzo luogo, la disciplina successoria, lungi dal favorire sistematicamente gli uomini, prevede in molteplici casi una parità o un vantaggio per le donne, in relazione alle diverse responsabilità finanziarie prescritte. In quarto luogo, la poliginia, preesistente all’Islam, viene regolamentata e fortemente limitata, con la monogamia indicata come forma preferibile. Infine, contrariamente a quanto spesso sostenuto, l’ordinamento islamico ammette il divorzio. In conclusione, viene sostenuto che il reale progresso nella tutela dei diritti femminili richiede un approccio critico alle fonti, scevro da stereotipi e pregiudizi.

The paper examines the issue of gender equality in Islam, preliminarily distinguishing between Sharīʿah, understood as divine law, and Fiqh, or its jurisprudential and interpretative elaboration. The analysis focuses on the deconstruction of five recurrent biases, highlighting how they arise from partial interpretations or from cultural stereotypes. First, it shows how Islam unequivocally condemns domestic violence, prescribing marital relations founded on love and mercy. Secondly, the verse that provides for two female witnesses instead of one man in contractual matters does not imply an ontological inferiority, but reflects a specific socio-economic context; in other areas, female testimony is fully equated or even privileged. Thirdly, inheritance regulations, far from systematically favoring men, provide in multiple cases for equality or an advantage for women, in relation to the various financial responsibilities prescribed. Fourthly, polygyny, which preexisted Islam, is being regulated and severely restricted, with monogamy indicated as the preferable form. Finally, contrary to what is often claimed, the Islamic system allows divorce. In conclusion, it is argued that real progress in the protection of women’s rights requires a critical approach to the sources, free from stereotypes and prejudices.

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