Home
PDF Stampa E-mail
Domenica 11 Settembre 2011 17:28

M. Kaller-Dietrich, Vita di Ivan Illich. Il pensatore del Novecento più necessario e attuale, Edizioni dell'Asino, Roma, 2011.

 

 

di Giovanna Morelli

 

 

La recente pubblicazione in lingua italiana, a cura delle Edizioni dell'Asino, della biografia di Ivan Illich firmata da Martina Kaller- Dietrich, è sicuramente un evento di cui felicitarsi, in attesa di una più organica e profonda biografia intellettuale ancora tutta da scrivere. In Illich, d'altronde, pensiero e vita si intrecciano inestricabilmente, secondo una consuetudine di filosofia vissuta (forse l'unica veramente necessaria) che ci riconduce ai primordi del pensiero filosofico ed alla grande tradizione classica. Questa fusione di pensiero e vita sancisce la singolarità e l’insostituibilità di Ivan Illich nel panorama dei grandi maestri della nostra epoca. Un pensiero partecipato, quello di Illich, spesso con-creato assieme ai tanti compagni di strada e di studio, nell'ambito di quella philia che è stata una delle ultime grandi riflessioni del filosofo.

 

La Kaller-Dietrich rintraccia le pietre miliari del cammino di Ivan Illich. I punti di riferimento assunti dall’autrice si possono utilmente incrociare con quelli segnalati da Fabio Milana nella cronologia della vita del pensatore, contenuta in appendice al volume Pervertimento del cristianesimo. Conversazioni con David Cayley su vangelo, chiesa, modernità. Ritroviamo così le tappe salienti e gli incontri fondamentali di un percorso di vita, formazione e studio incredibilmente ricco: tanto occidentale quanto alteromondista; tanto nutrito di cultura accademica, nel suo senso migliore, quanto di cultura vernacolare, etnica e popolare, a partire dai «testi viventi» dagli indigeni messicani, dei porticaricani, degli afro-brasiliani, e prima ancora degli abitanti dell'isola di Brac in Dalmazia; tanto calato nella fenomenologia del presente quanto frequentatore dialettico della storia. Il giovanissimo Illich, per il tramite delle colte ed altolocate famiglie dei genitori, si nutre della cultura internazionale dei primi decenni del Novecento. A causa delle persecuzioni razziali la madre, ebrea sefardita, e gli altri tre fratelli, già trasferitisi dalla Dalmazia a Vienna, passeranno a vivere a Firenze. Qui, nei primi anni quaranta, Illich conclude gli studi liceali. Tra Roma e Firenze frequenta corsi universitari di chimica inorganica e cristallografia. Seguiranno la formazione alla Pontificia Università Gregoriana di Roma e l'ordinazione sacerdotale, il dottorato in storia alla Facoltà di Teologia dell' Università di Salisburgo, l’approfondimento degli studi a Princeton con Jacques Maritain.

 

Il testo della Kaller-Dietrich ricostruisce le successive peregrinazioni di Illich: il suo incarico presso la parrocchia del quartiere portoricano a New York, quindi il suo incarico a Porto Rico come vicerettore dell'Università cattolica di Ponce e la fondazione del Centro per le Comunicazioni Interculturali (CiC). In seguito ai conflitti con la gerarchia cattolica dell'isola, Illich abbandona l'incarico e trascorre i successivi quattro mesi della sua vita on the road da Santiago a Caracas; tornato a New York collabora con la Fordham University e, in parallelo, fonda a Cuernavaca, in Messico, il Centro per la formazione interculturale (Cif).

 

Attraverso queste e molte altre tappe, la Kaller-Dietrich ricostruisce il complesso e conflittuale rapporto di Illich con le istituzioni religiose, culminante nel 1968 nella sua convocazione presso la Congregazione per la Dottrina della Fede, stante un procedimento a suo carico, e nella sua autosospensione dai privilegi del sacerdozio. Nel frattempo il Cif è diventato Cidoc (Centro Interculturale di documentazione), libera università e casa editrice. Gli anni dal 1966 al 1976 sono gli anni d'oro del Cidoc, ampiamente documentati dall’autrice. La notorietà internazionale del Centro crebbe nonostante la sconfessione da parte dell'autorità religiosa, pervenuta nel 1969. Le università dove Illich ha portato, nel corso del tempo, la sua parola extra-vagante, sono numerose: dalla Pennsylvania State College alla Università delle Nazioni Unite (Giappone) , dall'Università di Chiago a quella di Yale, dall' Università di Kassel a quelle di Berkeley, Marburg, Oldenburg.

 

Numerosi sono i contatti con personalità del gotha politico e ecclesiastico. Illich peraltro si apparta sempre di piùrispetto alla crescente notorietà mediatica, quasi cercando scampo dalla fama procuratagli dai suoi pamphlet degli anni '70: dal famoso testo del 1971, Deschooling Society (Descolarizzare la società), a Tools for Conviviality (La convivialità), del 1973, dal dibattuto Medical Nemesis (Nemesi medica) del 1976 all’ambizioso Toward a History of Needs (Per una storia dei bisogni) del 1978. I suoi rapporti con l'Europa si stabilizzano negli anni '90 , quando il «tavolo della philia» trova sede a Brema, presso la leggendaria casa di Barbara Duden, in tandem con la quale Illich ha lavorato a una storia del corpo. All' università di Brema Illich insegna sino a poche settimane dalla morte, avvenuta nel 2002, dopo numerosi anni di virtuosa convivenza con la sofferenza di quel tumore che ha persino donato al suo volto una sorta di mitologica bellezza.

 

Il rapporto con le due grandi «istituzioni» della sua vita, la scuola e la chiesa, è esemplare. Illich non è in senso stretto un outsider: la sua critica è volta allo stesso milieu in cui si è formato e a cui resterà per tutta la vita fedele. Una fedeltà dissidente, dall'interno di quei margini di ri-generazione che una persona libera può ritagliarsi dovunque. Uno status che implica forte vigilanza, ciò che l'ultimo Illich chiamerà askesis: individuare la soglia oltre la quale scatta la contro-produttività dei «dispositivi» di quell'ingegneria sociale ormai sistemica, le cui pratiche e le cui scelte epistemiche «esternalizzano» le facoltà dell'uomo disabilitando tecnicamente la sua libertà.

 

Il «nomadismo biografico» ricostruito dalla Kaller-Dietrich rimanda alla trasversalità del pensiero illichiano: un pensiero trasversale a molti ambiti della praxis e ai relativi saperi, dalla medicina, all’economia, all’educazione. La critica condotta da Illich è stratificata come lo è il conformismo-totalitarismo tecnico che coinvolge ogni aspetto delle nostre vite. Il pensiero di Illich è anche un pensiero concettualmente trasversale, che crea inedite sintesi tra diversi, e talora opposti, atteggiamenti di pensiero: un pensiero trasversale a se stesso. Illich esercita una continua auto-revisione su se stesso, poiché insegue il precipitare apocalittico del nostro tempo, e su questo aggiorna costantemente i suoi strumenti di lettura. Spesso, quando lui si è aggiornato, molti sono ancora fermi al suo stadio precedente e allo stadio precedente del mondo. Si tratta del «primo» e del «secondo» Illich, di cui parlano Jean Robert e Barbara Duden sul numero di agosto-settembre 2010 di Esprit, in riferimento allo spartiacque del 1980.

 

Dagli ‘80 ad oggi il quadro è effettivamente assai cambiato. Illich approda alla critica della comunicazione e all'età dei sistemi, parallelamente all'etologia del corpo e all'«archeologia della cultura», che non interessa solo le culture popolari. Rientrano in questa fase testi capitali quali Gender (1982) pubblicato in Italia nel 1984 come Il genere e il sesso, H20 and the Waters of Forgetfulness (1984) pubblicato in Italia nel 1988 come H2O e le acque dell'oblio, In the Mirror of the Past (1990) pubblicato in Italia nel 1992 come Nello specchio del passato e In the Vineyard of the Text (1991) pubblicato in Italia nel 1994 come Nella vigna del testo. Molti dei temi di questi anni ritornano nella ricostruzione offerta da David Cayley in Ivan Illich in Conversation (1992), pubblicato in Italia nel 1994 come Conversazioni con Ivan Illich.

 

Infine incontriamo l'Illich del Mysterium iniquitatis e dell'askesis cristica: un «terzo» e ultimo Illich in certo senso. Nonostante questi continui sviluppi, l'Illich più frequentato in Italia è a tutt'oggi quello degli anni ‘70: il critico conviviale dell'iper-sviluppo industriale e post-industriale, il critico delle istituzioni sociali, delle professioni disabilitanti, del consumismo prometeico. Lo stesso grande tema del «vernacolare» non ha ancora raggiunto una notorietà pari a quello della «convivialità».

 

Ad ogni modo, la trasversalità di questo pensiero lo rende capace di parlare a interlocutori molto diversi, dagli uomini di fede agli atei, dagli anarchici agli anti-capitalisti. Non tutti si sforzano di ricomporre il quadro del suo percorso intellettuale, ma forse tutti aderiscono, più o meno consciamente, alla sua meta-dimensione, al suo fil rouge: il tema della «persona», che per l’autore significa virtù-libertà-carnalità, quasi una «triplice parola» in cui ognuna delle tre implica l'altra, la orienta e ne è orientata. Armato di virtù, libertà e carnalità, la persona illichiana può accettare l'occasione dell'esistenza, la sfida della nascita e della morte, del dolore, del male, dell'ignoranza, del piacere, dell'amore, della conoscenza. Può agire sui propri impulsi, sul proprio carattere, sulle proprie debolezze e limiti: agire con la volontà, con la comprensione, con le arti che sviluppano le nostre virtù e la nostra libertà, non con le tecniche che le disabilitano.

 

Illich ci ricorda costantemente anche le nostre resistenze a questa askesis, a questa salvaguardia concreta della persona: siamo disposti a preoccuparci di tutto, a inventarci e tutelare sempre nuovi diritti/doveri, ma non siamo disposti a occuparci di questa concretezza. Forse temiamo la fatica della virtù, il rischio della libertà, l’inalienabile presenza carnale. Ma forse dietro la recessione della persona c'è un lancinante desiderio di persona. È qui che possiamo incontrare Ivan Illich, grande testimone di quella «triplice parola»: una testimonianza, vissuta e teorizzata, per cui Illich può davvero meritarsi l'impegnativo sottotitolo dell'edizione italiana, che lo indica come il più necessario e attuale pensatore del Novecento. E, si potrebbe senz’altro aggiungere, anche del Post-Novecento.