Home Numeri della rivista VII (2016) Il completamento del disarmo chimico della Libia
Il completamento del disarmo chimico della Libia PDF Stampa E-mail
Venerdì 30 Dicembre 2016 17:13

 

 

 

 

di Alessandro Pascolini

 

 

 

Nel tragico panorama del 2016, segnato dall’aggravamento delle relazioni internazionali praticamente in tutti i settori, dalla continua strage terroristica, dal divampare o acutizzarsi di conflitti armati in troppi paesi e da enormi nuovi programmi nucleari, l’unica nota positiva è costituita dalla definitiva eliminazione delle armi chimiche dalla Libia, sottraendo così queste armi al potenziale impiego nella guerra civile e nelle attività terroristiche in corso nel paese.

 

Il disarmo chimico delle Libia è passato attraverso più fasi, in corrispondenza all’evoluzione della situazione politica interna e internazionale, e ha richiesto oltre dodici anni e un preciso intervento della comunità internazionale.

 

In un precedente lavoro1 abbiamo ricordato come la Libia sotto il governo del colonnello Moammar al-Gheddafi abbia prodotto una significativa quantità di agenti chimici (in particolare 26,345 t di iprite) e di sistemi d’arma per il loro impiego, per poi (autunno 2003) impegnarsi con i governi inglese e americano a interrompere i suoi piani per armi non convenzionali e a eliminare quanto già prodotto, aderendo alla Convenzione per la proibizione dello sviluppo, produzione, immagazzinamento e uso di armi chimiche e per la loro distruzione (CWC). Abbiamo seguito fino al 15 giugno 2015 le fasi di disarmo sotto il controllo dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW), con l’eliminazione delle armi chimiche vere e proprie (febbraio 2014), e la problematica relativa al trattamento delle sostanze chimiche non tossiche precursori degli agenti letali. Erano state dichiarate 1402 t di sostanze precursori di iprite e sarin (sostanze di categoria 2 secondo la CWC) e altre 2000 t di sostanze chimiche di uso soprattutto civile non classificate fra i materiali sensibili dalla CWC, ma impiegabili per la produzione dei precursori; anche questi materiali da distruggere, in quanto denunciati come destinati al solo programma militare.

 

La CWC prevedeva come ultimo termine per l’eliminazione di tutte le armi chimiche il 29 aprile 2012 (15 anni dall’entra in vigore della convenzione); poiché a tale data Libia, Russia e USA non erano riuscite a completare il loro disarmo chimico, la sedicesima Conferenza annuale degli stati parte (dicembre 2011) definì per ognuno di tali paesi un piano dettagliato per la distruzione dei rimanenti arsenali (documento C-16/DEC.11); il 18 aprile 2012 la Libia propose (documento EC-68/NAT.4) un piano per l’eliminazione dei precursori e delle altre sostanze chimiche entro dicembre 2016, e la proroga le venne concessa. È quindi di enorme importanza il fatto che l’obiettivo sia stato raggiunto nonostante le difficoltà dovute alla situazione del paese e a problematiche tecniche e operative, dovute in particolare al degrado dei contenitori delle sostanze da eliminare e alla loro ubicazione.

 

Il presente lavoro è essenzialmente basato sulla documentazione ufficiale non riservata disponibile sul sito dell’OPCW relativa alla ventesima (dicembre 2015) e ventunesima (dicembre 2016) Conferenza annuale degli stati parte, alle sessioni del Comitato esecutivo (EC) dalla settantanovesima (luglio 2015) alla ottantatreesima (novembre 2016) e alle sue riunioni dalla quarantanovesima (maggio 2015) alla cinquantatreesima (luglio 2016), con le decisioni prese in tali sedi, le relazioni del Direttore generale e le dichiarazioni della Libia e di altri paesi2; sono state inoltre considerate le risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’ONU relative alla Libia e le relazioni del Segretario generale dell’ONU sulle attività della missione ONU di supporto al paese (United Nations Support Mission in Libya – UNSMIL) e sulle minacce poste dal Da’esh alla Libia e alla pace internazionale; infine comunicati dell’OPCW e di governi interessati, oltre a pubblicazioni di esperti e resoconti giornalistici.

 

 

1. Il trattamento delle armi chimiche libiche di categoria 2 fino a dicembre 2015

 

La distruzione dei precursori solidi si era compiuta entro il 2005, ancora sotto il governo di Gheddafi, presso l’impianto di Rabta (a 64 km sud-ovest di Tripoli), ove erano state prodotte le armi chimiche; per il trattamento dell’iprite e dei precursori liquidi ubicati nel deposito Rugawa (situato presso la base aerea di Al Jufrah, fra Waddan e Uhn nel deserto 800 km a sud-est di Rabta), vista la difficoltà del loro trasporto a Rabta, nel 2010 venne costruito localmente un impianto pilota di idrolisi e neutralizzazione che operò fino all’8 febbraio 2011, portando l’eliminazione dell’iprite dichiarata al 54,46% e al 39,64% dei precursori (555,706 t).

 

 

Figura 1. Foro da satellite della zona fra Waddan e Uhn con la base aerea di Al Jufrah e il sito di Rugawa (Google Imagery).

 

Scoppiata la guerra civile, le operazioni si interruppero. Il 22 settembre 2011 rappresentanti del National Transitional Council annunciarono la cattura dell’impianto di Rugawa, che venne messo in sicurezza; una missione ispettiva dell’OPCW verificò (2 novembre) che non vi era stata diversione delle scorte di iprite e di precursori. Dal 2012 al 2014 l’impianto di Rugawa venne impiegato per l’eliminazione della rimanente iprite e, mediante una camera di detonazione statica, anche delle armi trovate nel 2012 in un deposito non dichiarato a suo tempo da Gheddafi, mentre il trattamento dei restanti precursori rimase sospeso.

 

Il 1° giugno 2015 l’Autorità Nazionale Libica (LNA)3 presentò all’OPCW un piano per la distruzione dei rimanenti precursori (documento EC-79/NAT.1), che prevedeva un approccio a più fasi, comprendente il trattamento di parte del materiale in tempi brevi e la messa in sicurezza del rimanente, senza creare problemi sanitari e ambientali. Alla stessa data iniziò a Rabta l’eliminazione dell’alcool isopropilico (un precursore del sarin) mediante diluizione acquosa fino a una concentrazione del precursore inferiore al 75% in peso.

 

Dati i conflitti in corso in Libia, l’OPCW non ritenne possibile inviare un gruppo di ispettori a sovrintendere a tale distruzione (come previsto dalla CWC) e vennero concordate delle misure di controllo remote: i libici avrebbero ripreso e registrato con video i vari passi del processo e raccolto campioni del materiale prima e dopo il trattamento; i video e altra documentazione relativa alla distruzione sarebbero stati inviati e revisionati dal segretariato tecnico OPCW ex post facto e i campioni trasferiti e analizzati dai laboratori dell’organizzazione (documento EC-79/DG.18* del 1 luglio 2015).

 

Il 26 giugno la LNA informò (documento EC-79/NAT.4) che il 100% del suo alcool isopropilico, per 114,103 t, era stato distrutto e che la documentazione prevista era stata prodotta. In questo modo la Libia raggiungeva l’eliminazione del 47,78% del suo materiale di categoria 2, per un totale di 669,813 t, come documentato dal Direttore generale dell’OPCW all’EC (documento EC-80/DG.22 del 28 settembre 2015).

 

Nel suo rapporto del 21 settembre 2015 (documento EC-80/NAT.2), la Libia informa di star preparando un impianto di incenerimento a Rabta (il Rabta Toxic Chemicals Destruction Facility) in vista di trattare a partire da novembre-dicembre l’alcool pinacolico, precursore del soman, (19,257 t) e il 2-cloroetanolo, impiegato per la produzione dell’iprite, (18,235 t), dopo aver provveduto a riparare e sostituire alcune parti deteriorate dei contenitori. I contenitori dei rimanenti precursori di iprite (il tricloruro di fosforo e il cloruro di tionile) e dell’ammina di tributile4 risultano corrosi per cui la Libia intende ricorrere alla collaborazione internazionale per ottenere nuove cisterne in cui far decantare tali sostanze e mantenerle successivamente in deposito sicuro in attesa di individuare un metodo e una località per la successiva distruzione, osservando di non possedere la tecnologia necessaria e ricordando la grave situazione politica e militare del paese.

 

 

2. I problemi di sicurezza nel paese

 

Il problema più grave della Libia dal 2011 è stato la mancanza di sicurezza, con ripercussioni negative su tutto lo spettro politico, economico e sociale. La fine della guerra civile contro il regime di Gheddafi aveva creato una situazione di grande instabilità e diffusa anarchia nel paese; in assenza di uno stato funzionante, gruppi jihadisti si son fatti strada e il sud della Libia è diventato un rifugio sicuro per gruppi legati ad al-Qaeda5.

 

Il 16 maggio del 2014 era iniziata la seconda guerra civile libica, combattuta dai raggruppamenti di milizie (Libya Dawn e forze della città di Misurata) a sostegno del Congresso Nazionale Generale (GNC) contro le milizie (Esercito Nazionale Libico-LNA /Operazione dignità) guidate dal generale anti-islamista Khalifa Belqasim Haftar. IL GNC, con base a Tripoli, era stato eletto come interinale nel 2012 e formalmente sciolto nel 2014; controllato da partiti islamisti (non jihadisti) aveva il sostegno di Qatar, Turchia e Sudan. Le forze di Haftar sostenevano il parlamento eletto nel giugno 2014, la “casa dei rappresentanti” (HoR), con base a Tobruk, appoggiato da Egitto ed Emirati Arabi Uniti.

 

La disputa risultante ha portato alla nascita di due governi rivali affiliati con GNC e HoR, rispettivamente. Le Nazioni Unite, altri soggetti internazionali e molti paesi hanno riconosciuto l’autorità del governo HoR fino alla fine di 2015, ma in pratica la comunità internazionale è rimasta impegnata con tutte le parti nella ricerca della riconciliazione.

 

Grazie al processo di negoziazione delle Nazioni Unite, sviluppato dalla speciale UNSMIL, dopo un anno di aspro conflitto, il 17 dicembre 2015 le due parti, assieme ad autorità locali e capi di vari partiti politici, hanno firmato a Skhirat in Marocco un accordo politico di riconciliazione per costituire un Consiglio di presidenza, comprendente rappresentanti delle varie fazioni e di autorità regionali, e un nuovo governo di Accordo Nazionale (GNA) a interim, con il compito di gestire il completamento della transizione democratica del paese6.

 

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato il 23 dicembre 2015 l'accordo di Skhirat, adottando l’ampia Risoluzione 2259 (documento S/RES/2259 (2015)), che affronta la molteplicità dei problemi politici e di sicurezza del paese, invitando gli stati membri a sostenere l'attuazione dell'accordo e ad aiutare il nuovo governo, in particolare nei gravi problemi di sicurezza, minacciando, fra l’altro, sanzioni a individui ed “entità” che minaccino la sicurezza libica e la piena realizzazione dell’accordo.

 

Le tensioni fra le due parti principali a tutto dicembre 2016 non sono ancora sopite, e rimangono irrisolti i problemi della creazione delle forze armate “statali” (che l’HoR ha affidato a Khalifa Haftar)7, e del controllo delle principali istituzioni economiche del paese, in particolare dell’esportazione del petrolio8.

 

Questo confronto è solo una delle emergenze di sicurezza della Libia, quella che la mediazione dell’ONU e della comunità internazionale potrebbe avviare a soluzione, dato che si svolge fra entità in qualche modo istituzionalizzate. Più intrattabili appaiono altre tre emergenze per la sicurezza, alcune ormai incancrenite9: le organizzazioni terroristiche attive nel paese; le 2000 milizie locali, che di fatto hanno il controllo di gran parte del territorio; le vastissime reti criminali dedite al traffico di esseri umani, droga e armi.

 

Il Da’esh è il più grande gruppo terroristico operante all'interno della Libia, creato da un nucleo di rimpatriati libici dalla Siria ove avevano creato la Brigata Al-Battar nel 2012; nella primavera del 2014 si sono riorganizzati nella città di Derna, nella Libia orientale, sotto la bandiera dell’Islamic Youth Shura Council (IYSC). Nell’ottobre 2014 l’IYSC dichiarò adesione al Da’esh e annunciò la creazione di tre provincie (wilayah) dello “stato islamico” in Libia: le wilayah Tripolitania in occidente, Barqa in oriente e Fezzan nel sud-ovest. Gruppi del Da’esh, in vario accordo con altri gruppi fondamentalisti, sono penetrati in varie città, incluse Bengasi e Sabtatha, e aree rurali; al fine di garantire la sua linea di approvvigionamenti dal Sudan e l'Egitto per Sirte, il Da’esh ha raggiunto nel sud-est un accordo con i gruppi armati arabi intorno Al Kufra per proteggere i propri convogli.

 

Oltre a espandere ulteriormente il territorio controllato e aprire un nuovo fronte ad alleggerire quello in Siria-Iraq, lo “stato islamico” con la penetrazione in Libia ha ottenuto nuove fonti di finanziamento, basi per addestrare nuovi adepti, un rifugio per suoi leader in fuga da Siria e Iraq e creato uno snodo di supporto per operazioni in Africa dalla Tunisia fino a quelle del Ansar Bait al-Maqdis nel Sinai, nonché azioni terroristiche in Europa.

 

Allo zoccolo duro dei libici rientrati dall'Iraq e dalla Siria si sono aggiunti terroristi stranieri (con un considerevole contingente di maghrebini) e un numero significativo di disertori di gruppi libici locali, raggiungendo una forza fra 3000 a 6500 combattenti, a seconda delle fonti10.

 

Cacciati da Derna dal Derna nel giugno 1915 dal Mujahedeen Shura Council (una milizia legata alle forze di Misurata), gli uomini del Da’esh presero possesso di Sirte al centro della “mezzaluna petrolifera” libica, riuscendo a controllare fino circa 180 km della costa, compresi porti e terminal petroliferi. Solo nel corso del 2016 attacchi del LNA e milizie anti-islamiste nell’est e l’operazione “Al-Bunyan Al-Mansur” di forze islamiste riconosciute dal GNA (in particolare di Misurata) dall’ovest, porteranno all’espulsione del Da’esh dalle città e dalla zona della Sirte (prima settimana di dicembre) con dispersione delle forze sopravvissute in cellule nel territorio libico e nei paesi confinanti. La diffusione di questi combattenti nel meridione e loro contatti con gruppi armati locali può diventare un grave motivo di preoccupazione11.

 

Oltre al più recente Da’esh, altri gruppi terroristici operano in Libia dal tempo della prima guerra civile, sia intestini che operanti nei paesi vicini, per i quali la Libia costituisce una base ideale per le loro azioni. Particolarmente forte rimane la presenza di Al-Quaida, cui sono affiliate le varie articolazioni di Ansar Al-Sharia, attive particolarmente nelle principali città del nord-est.

 

Al-Qaeda nel Maghreb islamico e Ansar al-Sharia in Tunisia operano regolarmente nel sud-ovest del paese, utilizzando la Libia come base logistica per l'approvvigionamento di armi e l’addestramento, oltre che santuario per alcuni leader e combattenti anziani. Tali gruppi sfruttano l'attuale debolezza delle forze di sicurezza libiche, mentre le loro principali aree di operazioni rimangono tuttora al di fuori del paese. Anche il gruppo terroristico Al-Murabitoun, attivo in Algeria, Niger e in generale nel Sahel, ha creato basi e collegamenti sicuri nella Libia sud-occidentale. Nel sud, i gruppi come Al-Qaeda nel Maghreb islamico, Al Mourabitoun e Ansar Eddine hanno stabilito una presenza relativamente lunga, creando legami con gruppi armati locali, soprattutto per traffici transfrontalieri, che sono la fonte primaria di reddito per il secondo gruppo; tali accordi sono alleanze di convenienza soggette a costante rinegoziazione.

 

Le milizie locali sono distribuite su tutto il paese e costituisco una primaria sorgente di instabilità politica ed economica, ostacolo fondamentale per l’unificazione della Libia, in particolare per un sistema statuale di sicurezza e legalità. Sono di fatto indipendenti, costituite su base tribale, locale o ideologica (dallo jihaidismo all’anti-islamismo), in lotta fra loro con alleanze fluide e variabili12. Una forza armata indipendente è anche la Guardia degli impianti petroliferi, forte di 35000 combattenti; recentemente si è avvicinata al GNA mentre si trova attaccata dalle forze del generale Haftar.

 

Reti criminali clandestine in Libia operano dai tempi di Gheddafi e hanno approfittato della successiva debolezza della sicurezza libica per espandere le proprie attività, contribuendo così a creare ulteriore instabilità. Non esiste una struttura di potere centralizzata, tipo mafia, ma i molteplici gruppi sono autonomi e indipendenti godendo della tolleranza, se non piena accettazione e il sostegno di gran parte della popolazione. Il traffico di esseri umani, droga e armi rappresenta una voce economica importante del prodotto nazionale libico, e i grandi ricavi ottenuti forniscono finanziamenti diretti o indiretti ai gruppi armati, peggiorando ulteriormente la situazione della sicurezza nazionale. Le imprese criminali hanno aumentato la fragilità delle istituzioni statuali con la loro opera di corruzione dei funzionari e delle forze dell’ordine. Pronti a lavorare con chiunque serva ai loro propositi, incluso il Da’esh, costituiscono il tessuto connettivo fra le altre forze disgregative della Libia le milizie locali e le celle terroristiche13.

 

 

3. Il coinvolgimento internazionale

 

A causa della difficile situazione politica e dell’incapacità di garantire le necessarie condizioni di sicurezza, fu impossibile per le autorità libiche procedere con il trattamento dei precursori ancora rimanenti. L’interesse dei gruppi terroristici per il possibile impiego di agenti chimici e notizie (non necessariamente verificate) relative al sequestro di sostanze chimiche da parte di gruppi armati portò a una crescente attenzione da parte dell’OPCW e della comunità internazionale per le sostanze chimiche di categoria 2 ancora ubicate a Ruwagha.

 

La situazione si aggravò alla fine del 2015 quando un gruppo armato estremistico perpetuò un attacco a un posto di controllo della sicurezza qualche dozzina di kilometri dal deposito. A fronte del rischio che i materiali potessero finire nelle mani di gruppi terroristici, le autorità libiche scrissero (3 febbraio 2016) al direttore generale dell’OPCW che “non era realistico attendersi la distruzione delle rimanenti armi chimiche entro i termini fissati senza un’efficace assistenza internazionale” e che “era estremamente importante esplorare alternative più efficienti”. Il successivo 12 febbraio la Libia chiese esplicitamente all’OPCW di esplorare l’opzione di trasportare i rimanenti agenti di categoria 2 in un impianto fuori dal paese per distruggerli prima possibile.

 

Il 24 febbraio l’EC dell’OPCW si riunì specificatamente per affrontare il problema libico e decise di affidare al Direttore generale il compito di “identificare e valutare assieme alle parti interessate i fattori tecnici, operativi, finanziari, legali e di sicurezza di tutte le opzioni per la distruzione delle rimanenti armi chimiche libiche”, incluse la loro rimozione e distruzione fuori della Libia, richiedendo a tutte le parti di considerare contributi per il finanziamento dell’operazione (documento EC-M-51/DEC.1).

 

L’attenzione agli aspetti legali è dovuta al fatto che la CWC impone che la distruzione delle armi chimiche avvenga sul territorio del paese che le ospita (articolo VII), escludendo la possibilità di un loro trasferimento all’estero (il che costituirebbe una forma di proliferazione del paese recipiente). Il problema si era già posto nel 2014 per affrontare la ben più grave questione delle armi chimiche siriane, ed era stato risolto con il coinvolgimento del Consiglio di sicurezza dell’ONU, che approvò formalmente il trattamento degli agenti chimici siriani all’estero14. In tale prospettiva la decisione dell’EC venne trasmessa al Segretario generale dell’ONU. Nella successiva sessione dell’EC (15-18 e 23 marzo) i delegati di tutte le parti espressero preoccupazione per i rischi che gli agenti chimici libici potessero cadere nelle mani del Da’esh e sollecitarono i tecnici dell’OPCW a verificare la funzionalità dell’impianto di trattamento di Rabta e le altre opzioni per un sollecito completamento del disarmo chimico della Libia.

 

Il Canada fornì una ventina di nuove cisterne ISO-compatibili (altre giunsero dagli USA) per travasare gli agenti dai contenitori danneggiati e iniziò le trattative per la fornitura di apparati con tecnologie al plasma per l’impianto di Rabta. Entro il 24 maggio furono completate a Ruwagha la decantazione degli agenti e la loro messa in sicurezza nei nuovi contenitori;15 a causa delle gravi condizioni di sicurezza, l’OPCW non poté verificare sul posto la regolarità delle operazioni, ma fu concordato un controllo remoto sulla base delle riprese video dei lavori e l’invio del girato a l’Aia. In tale occasione fu accertata che la quantità effettiva dei materiali rimasti era di 497 t, una differenza in meno di circa 220 t rispetto alle dichiarazioni del 2004 (documento EC-M-52/2). Durante le operazioni di decantazione una cisterna subì una reazione esotermica e il suo contenuto venne polimerizzato e non poté venir pompato nei nuovi contenitori. L’esame condotto sul materiale ha accertato che esso non rappresenta un pericolo di proliferazione; la cisterna verrà bonificata assieme agli altri contenitori svuotati rimasti a Ruwagha (documento ONU S/2016/943).

 

 

Figura 2. Contenitori vecchi e nuovi a Ruwagha.

 

Il 24 maggio le autorità libiche chiesero assistenza per ottenere degli apparati gps da installare sui contenitori in modo di poterli controllare con continuità prima del loro eventuale spostamento (materiale fornito da Canada e USA) e sollecitarono una decisione per la soluzione finale data la gravità e urgenza della situazione (documento EC-82/DG.21).

 

Nello stesso mese forze del Da’esh compirono un attacco contro un caposaldo governativo a soli 1,6 km da Ruwagha (uccidendo 2 addetti alla sicurezza), un obiettivo di loro interesse anche in quanto enorme deposito di armi convenzionali (informazione del rappresentate libico all’OPCW Ali Gebril16). I continui attacchi del Da’esh lungo le vie di comunicazione e ondate di rapimenti resero impraticabile l’opzione di trattare in Libia i materiali e l’unica alternativa possibile rimase il loro trasferimento all’estero, procedura formalmente sollecitata dalle autorità libiche con una lettera del 16 luglio.

 

L’esposizione e l’indifendibilità di Ruwangha ad attacchi armati convinse la Libia a trasferire nel frattempo i contenitori in una base segreta nel nord del paese, non lontano da Misurata: la rischiosa operazione si compì con successo nel massimo segreto (documento C-21/NAT.7) lungo un percorso temporaneamente sotto il controllo di forze di sicurezza governative con l’assistenza di personale esperto ad affrontare possibili emergenze a causa di materiale pericoloso e il continuo monitoraggio per la protezione fisica dei contenuti (documento EC-M53/DG.1). L’EC dell’OPCW riunitosi il 20 luglio richiese al Direttore generale di elaborare con la Libia entro sette giorni un piano per il trattamento dei materiali libici fuori del paese, precisando che tale procedura era dovuta alle eccezionali condizioni del paese e non costituiva un precedente per il futuro17 (documento EC-M-52/DEC.1).

 

La decisione dell’OPCW fu immediatamente sottoposta al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il quale decise di garantire la necessaria approvazione con una procedura d’estrema urgenza, ricorrendo alle condizioni previste dal Capitolo VII della carta delle Nazioni Unite avendo riconosciuto nella situazione libica la necessità di un’“azione rispetto alle minacce alla pace, alle violazioni della pace e agli atti di aggressione”, dato che “la possibile acquisizione di armi chimiche da parte di settori non statuali in Libia rappresenta una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionali”; in questo modo la decisione fu presa in meno di 72 ore e non vi fu data la possibilità di discutere e modificare la proposta di risoluzione, redatta dal regno Unito, che fu approvata all’unanimità il 22 luglio: oltre ad approvare la decisione dell’OPCW, vengono autorizzati paesi membri della CWC ad acquisire, controllare, trasportare e trattare gli agenti chimici libici, nel rispetto delle condizioni di sicurezza previste dalla convenzione (Risoluzione 2298 documento S/RES/2298 (2016)).

 

Il 27 luglio, come previsto, l’EC dell’OPCW approvò il nuovo piano di distruzione delle armi chimiche libiche all’estero, precisando le condizioni da rispettare e dettagliando le operazioni da compiere (documento EC-M-52/DEC.2). Mancando nel bilancio dell’OPCW fondi sufficienti per finanziare l’operazione, stimati dell’ordine di 3 milioni di euro, fu costituito un Trust Fund for Support to Libya per contributi volontari (documento S/1400/2016 del 1° agosto).

 

Alcuni paesi e la Comunità Europea risposero prontamente: la Germania si fece carico della distruzione finale degli agenti presso l’impianto della GEKA (Gesellschaft zur Entsorgung von chemischen Kampfstoffen und Rüstungsaltlasten mbH) in Münster, già impiegata per il trattamento di materiali chimici siriani, la Danimarca del trasporto dei materiali in Germania e assistenza nelle operazioni di carico, nonché della protezione del convoglio in mare, l’Italia di ulteriori operazioni in mare, la Finlandia del personale di controllo e di supporto durante il trasporto, Canada e Stati Uniti di materiali e attrezzature per la rimozione degli agenti; a carico della Libia rimase il trasporto in sicurezza dei materiali al porto e la sicurezza delle operazioni di carico; finanziamenti in denaro sono stati forniti da UK, USA, Canada, Nuova Zelanda e Finlandia; la Comunità Europea si è impegnata a finanziare con circa 3 milioni di euro le spese per la distruzione delle vecchie cisterne e la bonifica del sito di Ruwagha (documento EC-M-53/DEC.1 del 26 agosto).

 

Le regole federali tedesche per l’importazione di sostanze chimiche richiedono un’analisi dei campioni degli agenti; non essendo possibile utilizzare l’aeroporto di Tripoli, campioni opportunamente imballati furono trasportati da un guardiacoste libico a una nave italiana in attesa nelle acque internazionali, la quale li trasferì a Malta, da cui presero il volo per un laboratorio del Regno Unito, accompagnati da un rappresentante dell’OPCW.

 

Finalmente, il 27 agosto i 23 contenitori delle circa 500 t di materiali libici di categoria 2 sono stati imbarcati nel porto di Misurata sulla nave danese a carico orizzontale (roll-on roll-off) Ark Futura della DFDS Seaways (già utilizzata per il trasporto delle armi chimiche siriane) sotto il controllo di ispettori dell’OPCW. Un’unità mobile scanner delle dogane danesi ha controllato ogni contenitore prima dell’imbarco.

 

 

Figura 3. Un contenitore di agenti chimici libici viene controllato da uno scanner mobile prima di salire a bordo della Ark Futura nel porto di Misurata.

 

La nave era giunta in porto alle 9 del mattino e alle 18 dello stesso giorno, completato il carico, ha ripreso il largo. La fregata ibrida danese HMDS Absalon e la nave appoggio inglese RFA Mounts Bay sono rimaste subito fuori dal porto pronte a intervenire in caso di problemi di sicurezza18 e hanno quindi fornito protezione al trasporto fino al suo arrivo al porto di Brema il successivo 5 settembre. Navi militari italiane nelle vicine acque internazionali hanno controllato che non vi fossero interferenze di sorta alle operazioni d’imbarco.

 

 

Figura 4. Specialisti della Danish Emergency Management Agency e ispettori dell’OPCS analizzano il contenuto di una cisterna a bordo della Ark Futura.

 

 

Figura 5. La Ark Futura in navigazione scortata dalla fregata ibrida danese HMDS Absalon

e dalla nave appoggio RFA Mounts Bay della marina militare inglese (Ministero della difesa danese).

 

 

La Libia rimane formalmente proprietaria delle sostanze fino alla loro distruzione, ma ne ha cessato il possesso, la giurisdizione e il controllo quando queste hanno lasciato il suo territorio. Le responsabilità, le questioni di sicurezza e le procedure di controllo delle operazioni in Germania, dallo sbarco a Brema, il 6 settembre, al trasporto alla GEKA e alla successiva distruzione degli agenti sono state definite in un dettagliato accordo fra l’OPCW e il governo tedesco (documento EC-M-53/DEC.2 del 26 agosto), a garantire la sicurezza sia della popolazione che dell’ambiente e assicurare la verifica della definitiva eliminazione delle armi chimiche libiche.

 

 

Figura 6. Arrivo di un contenitore di armi chimiche libiche all’impianto di distruzione della GEKA a Münster.

 

Il processo di distruzione è previsto procedere in quattro fasi (anche in parallelo): fase I – distruzione del 2-cloroetanolo; fase II – distruzione dell’ammina di tributile; fase III – distruzione del tricloruro di fosforo; fase IV – distruzione del cloruro di tionile. Per il 2-cloroetanolo si procede con incenerimento e l’ammina di tributile viene trattata con il postbruciatore del sistema al plasma. Per il cloruro di tionile e il tricloruro di fosforo si ricorre alla tecnica dell’idrolisi, trattandoli in un reattore con acqua e soda caustica; l’opzione di incenerimento rimane aperta per eventuali sottoprodotti (documento EC-M-53/DG.1). Le operazioni della fase II sono iniziate il 26 settembre, dopo dei lavori di manutenzione dell’impianto, e al 17 ottobre erano state distrutte 19.74 t di ammina di tributile, senza problemi. Alla GEKA è in completamento l’impianto di neutralizzazione e le fasi III e IV sono previste iniziare nel gennaio 2017.

 

L’impegno di eliminazione delle armi chimiche libiche entro il 2016 è quindi stato sostanzialmente rispettato, un notevole, e per molti aspetti insperato, positivo risultato per il regime di disarmo e di non-proliferazione delle armi chimiche.

 

 

4. Osservazioni conclusive

 

La motivazione sostanziale e formale per l’intervento internazionale a risolvere i problemi locali per il completamento del disarmo chimico della Libia è stata il rischio che i materiali rimasti finissero nelle amni dei gruppi terroristici operanti nel paese, in particolare del Da’esh, cui sono accreditati attacchi chimici in Iraq e Siria. Le sostanze chimiche rimaste in Libia dopo l’eliminazione degli agenti di categoria 1 non erano tanto tossiche da costituire dei veri strumenti militari, ma avrebbero potuto comunque venir usate a simulare un attacco chimico e, data la particolare natura delle armi chimiche e il loro impatto psicologico, un loro eventuale impiego avrebbe rappresentato un salto di qualità nella violenza della guerra civile e un’inaccettabile violazione del tabù che si è faticosamente costruito a livello internazionale relativo all’impiego di tali armi, rimettendole in gioco a livello mondiale.

 

Nel caso specifico, se il Da’esh fosse riuscito a impadronirsi del deposito di Ruwagha avrebbe potuto vantare tale successo per rafforzare la sua posizione rispetto ai vari gruppi fondamentalisti e attrarre nuovi adepti e fermare l’attacco alle sua basi nella Sirte con la minaccia di massicce contaminazioni chimiche ambientali, ulteriore vulnus al regime e legalità internazionali.

 

Particolarmente importante è stato il regolare svolgimento delle operazioni sul suolo libico da parte del personale locale nelle proibitive condizioni di sicurezza del paese. Questo successo ha rafforzato l’immagine, in Libia e nel mondo, del governo di Accordo Nazionale, sostenuto dalla comunità internazionale, dimostrando ai gruppi di potere locali la sua capacità di affrontare e risolvere un compito delicato e di riuscire a controllare effettivamente la situazione, viatico per il miglioramento del clima politico libico.

 

A livello internazionale, il completamento del disarmo chimico della Libia nei termini previsti e nel rispetto di quanto previsto dalla CWC sottolinea l’importanza del regime di controllo degli armamenti basato sulle convenzioni e il diritto internazionali, contro le tentazioni di soluzioni unilaterali forzando le regole. È stato nuovamente riaffermato il ruolo cruciale dell’OPCW a garanzia del disarmo e non proliferazione delle armi chimiche e l’efficacia della collaborazione internazionale e del diretto impegno dei paesi membri della CWC per la soluzione di situazioni di urgente crisi.

 

La totale eliminazione delle armi chimiche dagli arsenali militari e la definitiva dissoluzione della minaccia della guerra chimica rimane una delle grandi aspirazioni dell’umanità dopo le tragiche esperienze belliche dello scorso secolo e il completamento del disarmo chimico della Libia è chiaramente una tappa significativa in questa prospettiva storica.

 

Purtroppo grandi quantità di armi chimiche letali rimangono ancora: il rapporto dell’OPCW (documento C-21/5 del 30 novembre 2016) sulla situazione al 31 dicembre 2015 documenta che la Russia aveva ancora 3209 t di armi chimiche di categoria 1 e gli USA 2750 t; se la Russia prevede di completarne la distruzione per il 31 dicembre 2020, la scadenza per gli USA è solo il settembre 2023; le armi giapponesi abbandonate in Cina sono solo parzialmente distrutte, in 16 paesi si continuano a trovare vecchie armi (difficili e pericolose da distruggere), residui delle guerre del ‘900, e l’Iraq ha rinvenuto in due bunker a Al-Muthanna quantità non ancora quantificate di armi chimiche, risalenti agli anni ‘90. Inoltre non abbiamo informazioni sulle armi chimiche di Egitto, Israele, Corea del Nord e Sud-Sudan, paesi che non hanno ancora aderito alla CWC e rimangono reticenti sul proprio potenziale chimico.

 

Si può sperare che il disarmo chimico siriano nel 2014 e quello libico del 2016 convincano i tre stati dell’area a rinunciare formalmente all’opzione bellica chimica estendendo l’universalità della convenzione verso la completa eliminazione della minaccia di tale forma di guerra, più di ogni altra odiosa e odiata.

 

 

Note

 

1. A. Pascolini, Armi chimiche libiche: storia e problemi attuali, Human Rights Academic Voice, 17 giugno 2015; Scienza e Pace, 16 Settembre 2015.

 

2. I documenti dell’OPCW relativi alle Conferenze degli stati parte sono indicati con C-numero della sessione; quelli del Comitato esecutivo con EC-numero della sessione e con EC-M-numero della riunione.

 

3. Nella denominazione delle forze e istituzioni libiche useremo la terminologia e le sigle impiegate dalle Nazioni Unite.

 

4. L’ammina di tributile è una sostanza di uso comune, non considerata nelle tabelle della CWC, ma dichiarata a suo tempo alla OPCW in quanto impiegabile come stabilizzatore per gli agenti e per rimuovere gli acidi risultanti quali sottoprodotti nella produzione delle armi chimiche.

 

5. C. S. Chivvis, J. Martini, Libya After Qaddafi, Lessons and Implications for the Future, RAND Corporation, Arlington VA, 2014.

 

6. C. M. Blanchard, Libya: Transition and U.S. Policy, Congressional Research Service Report RL33142, Washington DC, May 13, 2016.

 

7. T. Megerisi and M. Toaldo, Russia in Libya, a driver for escalation?, Carnegie Endowment for International Peace, Washington DC, 8 December 2016.

 

8 I recenti successi dei gruppi armati che combattono il Da’esh hanno aumentato il loro status; i vecchi antagonismi sono risorti e le tensioni aumentate. Il problema si è riacutizzato nel dicembre 2016 con un attacco di milizie proclamatesi legate al ministro della difesa del GNA contro gli impianti petroliferi nella Sirte controllati dalle forze di Haftar.

 

9. W. Danvers, Toward a More Perfect Union: The Struggle for Security in Libya, Center for American Progress, posted on December 8, 2016.

 

10. Report of the Secretary-General on the threat posed to Libya and neighbouring countries, including off the coast of Libya, by foreign terrorist fighters recruited by or joining Islamic State in Iraq and the Levant (Da’esh), Al-Qaida and associated individuals, groups, undertakings and entities, S/2016/627, United Nations, New York, 18 July 2016.

 

11. L. Watanabe, IS defeat in Sirte leaves Tunisia vulnerable, CSS Policy Perspectives, vol 4/9, november 2016.

 

12. Office of the Commissioner General for Refugees and Stateless Persons (CGRS) in Belgium, the Country of Origin Information Unit of the Ministry of Foreign Affairs in the Netherlands, the Office for Country Information and Language Analysis (OCILA) of the Ministry of Security and Justice in the Netherlands, Landinfo in Norway and Lifos in Sweden, Libya: Militias, Tribes and Islamists, Report, 19 December 2014.

 

13. Report of the Secretary-General pursuant to Security Council Resolution 2240 (2015), S/2016/766, United Nations, New York, 7 September 2016.

 

14. Sugli eventi in Siria e il suo disarmo chimico vedi A. Pascolini, Armi chimiche in Siria: dall’impiego al disarmo, Pace diritti umani X (1) 2013, pp. 97-123; A. Pascolini, Il disarmo chimico della Repubblica Araba Siriana, Scenza e Pace, V (3) 2014, 1° gennaio 2015.

 

15. Personale libico selezionato aveva partecipato a L’Aia nel mese di aprile a un corso di formazione sulle tecniche per le operazioni logistiche.

 

16. R. Fife, Canada took part in secret operation to destroy Libyan chemical weapons, The Globe and Mail, September 15, 2016.

 

17. Per garantire il rispetto formale delle norme della CWC si è voluto evitare la creazione di una prassi erosiva. Anche nel caso “precedente” della Siria si era precisato che il trattamento delle armi chimiche fuori dal paese non costituiva precedente, e conseguentemente in nessun documento dell’OPCW relativo al nuovo caso della Libia si fa riferimento a quanto fatto per la Siria.

 

18. Il grado della minaccia militare che la missione militare era preparata ad affrontare era considerato “medio” dal del Ministero della difesa danese, sia per attacchi da navi nelle acque territoriali libiche, sia per azioni terroristiche nel porto di Misurata, sia per attacchi aerei a bassa e alta quota.

 

 


 

Alessandro Pascolini è membro del Dipartimento di fisica e astronomia “Galileo Galilei” dell'Università di Padova. E-mail: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.