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Crisi ucraina: empatia e dinamiche di guerra PDF Stampa E-mail
Martedì 09 Settembre 2014 18:52

 

 


di Giorgio Gallo

 

 

 

Leggendo gli articoli sulla crisi in Ucraina, colpiscono i riferimenti all'inizio della seconda guerra mondiale. “Rischiamo di ripetere gli errori fatti a Monaco nel '38” avrebbe detto il premier inglese Cameron agli altri leader europei, invitandoli a non cercare di placare Putin come era stato fatto con Hitler da Chamberlain (The Guardian, 2 settembre 2014). Si tratta in realtà di riferimenti del tutto incongrui. Incongrui perché la Russia di Putin non ha, fatte le debite proporzioni, la forza militare che aveva il Terzo Reich nell'Europa del 1938, ma soprattutto perché, malgrado ciò che si vuole far credere, la Russia non è un paese in fase di espansione geopolitica. Semmai è stata la NATO che dopo il crollo del muro di Berlino si è andata progressivamente espandendo.

 

In un interessante saggio pubblicato sull'ultimo numero di Foreign Affairs, Mary Elise Sarotte, storica dell'University of Southern California, analizza la fase convulsa da un punto di vista diplomatico che dalla caduta del muro ha portato all'unificazione della Germania. In quella fase la preoccupazione principale di Gorbachov era certamente quella di una possibile espansione a est della NATO. Per superare l'opposizione sovietica alla riunificazione della Germania, da un lato il cancelliere tedesco Kohl assicurò Gorbachev che “la NATO non si sarebbe allargata fino a includere l'attuale territorio della Germania dell'Est”, e, dall'altro il ministro degli esteri Genscher fece arrivare lo stesso messaggio al suo omologo sovietico, Eduard Shevardnadze: “per noi è un punto fermo che la NATO non si espanderà a est”. Simili assicurazioni furono date verbalmente anche dal segretario di stato USA Baker. Addirittura si parlò della possibilità di dare ai territori della Germania dell'Est uno statuto particolare all'interno della Germania unificata, che li mantenesse al di fuori della NATO.

 

Come scrive Sarotte “non ci fu mai un patto formale, come la Russia [oggi] sostiene – ma i funzionari degli Stati Uniti e della Germania occidentale fecero brevemente intendere che un accordo del genere avrebbe potuto essere sul tavolo, e in cambio ricevettero il semaforo verde per la riunificazione tedesca”. Va anche detto che Gorbachev era molto indebolito dalle difficoltà economiche dell'URSS e dall'opposizione politica interna. Questa debolezza lo portò alla fine ad accettare l'unificazione della Germania all'interno della NATO, in cambio di misure che gli permettessero di salvare la faccia: un periodo di 4 anni per il ritiro delle truppe dalla Germania, alcune restrizioni sul dispiegamento di truppe e di armi nucleari nell'ex-Germania dell'Est, nonché 12 miliardi di marchi per riallocare in patria le truppe ritirate e un prestito senza interessi di 3 miliardi.

 

E in effetti la NATO, almeno inizialmente, pur includendo la Germania nella sua interezza, evitò l'espansione ad est. Le cose cambiarono alla fine degli anni '90, quando iniziò un processo di allargamento dell'alleanza ai paesi dell'ex Unione Sovietica, fino ad arrivare, con l'adesione dei paesi baltici, agli stessi confini della Russia. La Russia, anche per la propria debolezza, non ha reagito a questa espansione almeno fino a che nell'aprile 2008, al summit NATO di Bucarest, non si è cominciato a discutere dell'adesione di Georgia e Ucraina, paesi ai suoi confini e ben più importanti delle piccole repubbliche baltiche. La NATO si avvicinava in questo modo a quella che per la Russia è una sorta di “linea rossa” invalicabile. Da qui prima l'intervento delle truppe russe in Georgia nel 2008 e ora quello in Ucraina [1]. Va anche ricordato che l'Ucraina con le sue tre popolazioni, gli ucraini uniati a ovest, gli ucraini ortodossi al centro e i russi a est, rappresenta una realtà molto complessa, secondo alcuni analisti destinata a giocare un ruolo di interfaccia fra l'Europa occidentale e la Russia[2], e secondo altri a spezzarsi in due lungo una linea etnico-religiosa [3].

 

Purtroppo i governi occidentali non solo non hanno colto le preoccupazioni russe, ma hanno alimentato la crisi, da un lato con pesanti interventi nella situazione interna ucraina, e, dall'altro con una retorica mirante a denunciare il presunto espansionismo russo.

 

Di questo parla, sempre nell'ultimo numero di Foreign Affairs, John Mearsheimer, professore di Scienze Politiche all'università di Chicago [4], ed esponente di spicco della scuola neorealista di teoria delle relazioni internazionali. Mearsheimer sin nel titolo (Why the Ukraine Crisis is the West’s Fault) attribuisce all'occidente la responsabilità della crisi, responsabilità dovuta non solo all'incomprensione delle legittime preoccupazioni geopolitiche di Putin, ma soprattutto alle interferenze occidentali nella politica ucraina, sia con interventi politici diretti che attraverso pesanti azioni a livello di società civile. Fra i primi Mearsheimer ricorda la partecipazione di Victoria Nuland, vice segretario di stato USA per l'Europa e l'Eurasia, e del senatore repubblicano John McCain alle manifestazioni contro il presidente Yanukovych, e il pesante intervento dell'ambasciatore USA in Ucraina, Geoffrey Pyatt, che con riferimento alla caduta di Yanukovych ha parlato di “giorno storico”. Fra i secondi i 60 progetti diretti a promuovere la società civile ucraina, finanziati dal governo americano attraverso la fondazione nonprofit National Endowment for Democracy, un intervento di vera e propria “ingegneria sociale”.

 

Le decisioni prese dal recente summit NATO nel Galles hanno peggiorato ulteriormente la situazione. Infatti la decisione di creare una forza di pronto intervento con basi nei paesi dell'Europa dell'est, che, al di là dei termini usati, sono permanenti, rompe un accordo implicito e non può non aumentare le preoccupazioni della Russia per la propria sicurezza.

 

Nei fatti si stanno realizzando le previsioni fatte da George Kennan [5], in una intervista del 1998, in occasione della ratifica da parte del Congresso USA della scelta di espandere ad est della Nato. Nell'intervista Kennan dice: “Io credo che sia un tragico errore. Non ci sono ragioni di nessun tipo per questo [l'espansione a est della NATO]. Nessuno sta minacciando nessun altro. […] Questo dimostra quanto poco si comprenda la storia russa e quella sovietica. Naturalmente ci sarà una reazione negativa da parte della Russia, e allora [coloro che hanno spinto l'espansione della NATO] diranno che noi ve lo avevamo sempre detto, che questo dimostra come sono i russi – ma ciò è semplicemente sbagliato”.

 

L'osservazione di Kennan è importante: troppo spesso a livello internazionale si portano avanti politiche con motivazioni sostanzialmente ideologiche [6], senza una conoscenza profonda della storia e delle ragioni degli altri. Anche qui, a livello di politica internazionale, sarebbe utile l'empatia, una delle componenti chiave dell'approccio nonviolento alla soluzione dei conflitti, che significa soprattutto capacità di mettersi dal punto di vista dell'altro. Ad esempio, prima di sostenere, con riferimento alla possibile adesione dell'Ucraina alla NATO, che un paese ha il diritto di scegliere le proprie alleanze, un po' di empatia avrebbe fatto ricordare che tale diritto non è stato riconosciuto a Cuba quando durante la guerra fredda aveva deciso di allearsi militarmente con l'Unione Sovietica.

 

Senza la conoscenza della storia e senza empatia, si rischia di innescare dinamiche che possono portare a esiti non desiderati e drammatici. Vengono in mente, e non è un pensiero rassicurante, le parole con cui Christofer Clark conclude il suo libro [7] sulle dinamiche che dall'attentato di Sarajevo, in trentasette giorni, portarono a una guerra che probabilmente nessuno davvero voleva: “I protagonisti del 1914 furono come sonnambuli, apparentemente vigili ma non in grado di vedere, tormentati dagli incubi, ma ciechi di fronte alla realtà dell'orrore che essi stessi stavano per portare nel mondo”.

 

 

Note

 

1 Non va dimenticato che, in parallelo all'espansione a est della NATO, c'è stata anche l'espansione della Unione Europea rendendo ancora più evidente e grave, almeno agli occhi di Putin, l'accerchiamento della Russia.

 

2 Un'ipotesi di questo tipo è suggerita da Emmanuel Todd nel capitolo dedicato alla questione ucraina del suo Après l'empire, Gallimard 2002.

 

3 Michael Hirsh, “Ukraine and the Clash of Civilizations”, National Journal, 5 marzo 2014.

 

4 John Mearsheimer, è il principale proponente della teoria del cosiddetto “neorealismo offensivo”.

 

5 Diplomatico e scienziato politico, George Kennan ha svolto un ruolo particolarmente rilevante nella diplomazia USA, soprattutto nella fase iniziale della guerra fredda.

 

6 Senza escludere naturalmente quelle economiche, che però in questo caso sembrano meno rilevanti.

 

7 Christofer Clark, The Sleepwalkers – How Europe went to war in 1914, Penguin Books, 2013.